Fotogrammi #20: I migliori film del 2014, forse (Una schizo-classifica)




Ogni classifica ha in sé qualcosa di imbarazzante e inopportuno. Non parlo delle scelte che in essa e per essa vengono fatte quanto piuttosto dell'idea stessa di una classifica. Che senso ha farle? Di fatto, nessuno. Le classifiche vengono fatte a termine di qualcosa che assieme chiosano e distruggono. Un lavoro fatto con passione, pazienza, diligenza e concentrazione non può risultare da una classifica, che pure lo implica; in un certo senso, la classifica, che giunge a termine di tale lavoro, lo nientifica come una parafrasi fa con un componimento poetico. Bisogna dunque prenderle con le pinze, le classifiche, e analizzarle per ciò che sono. Questa classifica, come peraltro molte altre, vorrebbe essere qualcosa di superficiale volta esclusivamente a mettere la parola fine a un determinato periodo, ovvero il 2014; naturalmente, non è mai così: i film del 2014 sono molti e non è stato possibile visionarli tutti, anche e soprattutto per questioni di irreperibilità. La stessa cosa, del resto, è successa lo scorso anno, con I migliori film del 2013, forse, a cui dovrebbero aggiungersi, tra le altre, pellicole del calibro di Costa dulce (Paraguay, 2013, 75'), Disappearing landscape (Singapore, 2013, 70'), By the river (Thailandia, 2013, 71'), Penumbra (Messico, 2013, 89'), La imagen arde (Spagna, 2013, 30'), Dead body welcome (India, 2013, 80'), Nightfall (USA, 2013, 98'), BNSF (USA, 2013, 193'), Atlas (Francia, 2013, 76') etc., che però sono state recuperate solo quest'anno, il quale, a sua volta, vede comunque i suoi assenti, come per esempio James Benning, che proprio nel 2014 ha realizzato Natural history (USA, 2014, 77'). Insomma, la classifica è qualcosa che più che altro viene fatto per autocompiacimento o, meglio ancora, per avere una visione globale dei propri sforzi e per ottenere da questa visione l'idea che ne sia valsa la pena, così da rigenerarsi in vista degli sforzi futuri, che altro non sono che gli stessi sforzi di ieri che si rinnovano e si proiettano nel domani. Questo, non lo scrivo per mettere la mani avanti, perché dopotutto la classifica qui proposta è qualcosa di ragionato e che, pertanto, vorrebbe mettere in discussione e servire da aiuto. Mettere in discussione perché escludere un film è più importante che inserirlo in una classifica; di per sé, infatti, la classifica è qualcosa di malleabile e possono aggiungersi tante posizioni quanti sono i film che si vuole salvare: escludere un film è un atto che invece ha in sé qualcosa di politico, e se quest'anno ho inserito questa sezione è perché, da un certo punto di vista, la ritengo molto più importante della classifica vera e propria. Senza girarci attorno: Lav Diaz ha deluso, e molto. I suoi due film, Storm children. Book one (Filippine, 2014, 143') e Mula sa kung ano ang noon (Filippine, 2014, 338'), non solo non sono all'altezza, ma depongono a sfavore del futuro del regista, che dopo il successo di Norte, the end of history (Filippine, 2013, 240'), pare interessato esclusivamente al successo internazionale, in particolar modo all'oscar. Certo, la figura dell'artista che tornava da vincente nella patria distrutta era già presente nel capolavoro del filippino, Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540'), ma, ecco, è come se ora l'alter-ego del regista si fosse materializzato e avesse preso possesso del regista vivente stesso, spossessandolo di quante parevano essere le sue intenzioni. È un brutto colpo (ma non l'unico, se si pensa agli ultimi lavori di Šarūnas Bartas e Benedek Fliegauf, R.I.P.) per chi credeva nel cinema come atto di resistenza e che rende sfiduciati nei confronti di una buona fetta di cinema, il che non significa essere sfiduciati totalmente nei confronti del cinema ma di considerare il cinema stesso come qualcosa che ormai è incancrenito e irrecuperabile: Hollywood e Lav Diaz sono indistinti, a meno che Lav, con ciò che seguirà a Prologue to the great desaparecido (Filippine, 2013, 31'), non faccia il colpo gobbo e ponga fine alla propria carriera recuperando tutta la sua poetica precedente. D'altro canto sarebbe ottuso non considerare i vari Santini, Collar, Villanueva, Guerrero, De Bernardi etc. che continuano a resistere a un cinema sempre più massificato, e in effetti io continuo ad avere fiducia in queste persone e nei loro film, che però considero più come eventi che capitano al cinema piuttosto che come elementi del cinema stesso. Ecco, dunque, la possibilità concreta di una classifica, nonché il suo aspetto positivo: un elenco di titoli di film che vorrebbe aprire a questi stessi film, sì da poter far considerare nuovi orizzonti a chi, questi film, non li abbia ancora visti. Le classifiche con i film dei multiplex, del resto, non m'interessano, e non solo perché le trovo inutili (che interesse ho a leggere una classifica di film che conosco? Mi trovo in accordo o in disaccordo ed è subito morta là) ma anche e soprattutto perché i film da multiplex sono quanto di più lontano ci sia dai miei interessi attuali. Spero quindi che questo post risulti utile a qualcuno e che ogni tanto venga riletto per poter recuperare un film che finora non si era considerato. Mi piacerebbe la consideraste così.




Esclusi 
Richard Linklater, Boyhood (USA, 2014, 164'); Nuri Bilge Ceylan, Il regno d'inverno - Winter sleep (Turchia/Francia/ Germania, 2014, 196'); Ulrich Seidl, Im keller (Austria, 2014, 82'); Shin'ya Tsukamoto, Nobi (Giappone, 2014, 87'); Naomi Kawase, Futatsume no Mado (Giappone, 2014, 110'); Ester Martin Bergsmark, Nånting måste gå sönder (Svezia, 2014, 84'); Nguyễn Hoàng Điệp, Đập cánh giữa không trung (Vietnam, 2014, 99'); Roy Andersson, En duva satt på en gren och funderade på tillvaron (Sveza, 2014, 101'); Fernand Melgar, L'abri (Svizzera, 2014, 101'); Syllas Tsoumerkas, A blast (Grecia/Germania/Olanda, 2014, 83'); Yanira Yariv, Amori e metamorfosi (Italia/Francia, 2014, 88'); Shawn Christensen, Before I disappear (USA, 2014, 93'); Mohsen Makhmalbaf, The President (Georgia/Francia/Gran Bretagna/Germania, 2014, 115'); Alejandro González Iñárritu, Birdman or (The unexpected virtue of ignorance) (USA, 2014, 119'); Rakhshan Bani-Etemad, Ghesseha (Iran, 2014, 88'); Quentin Dupieux, Reality (Francia, 2014, 87'); Xavier Beauvois, La rançon de la gloire (Francia/Belgio/Svizzera, 2014, 115'); Ognjen Sviličić, These are the rules (Croazia, 2014, 77'); Francesco Munzi, Anime nere (Italia/Francia, 2014, 103'); Xin Yukun, Binguan (Cina, 2014, 119'); Ramin Bahrani, 99 homes (USA, 2014, 112'); Stéphane Demoustier, Terre battue (Francia, 2014, 95'); Duccio Chiarini, Short skin (Italia/Iran/Inghilterra, 2014, 83'); Jukka-Pekka Valkeapää, He ovat paennet (Finlandia, 2014, 102'); Fatih Akın, The cut (Germania, 2014, 138'); Mario Martone, Il giovane favoloso (Italia, 2014, 137'); Adityavikram Sengupta, Asha jaoar majhe (Bengala, 2014, 99'); Timm Kröger, The council of birds (Germania, 2014, 80’); Guillermo Arriaga, Emir Kusturica, Bahman Ghodabi, Worwick Thornton, José Padilha, Hideo Nakata & Mira Nair, Words with gods (Messico, 2014, 129'), Wang Xiaoshuai, Red amnesia (Cina, 2014, 115'); Rami Yasin, In overtime (Germania, 2014, 13'); Ali Asgari, Bache (Iran, 2014, 15'); Adrian Sitaru, Arta (Romania, 2014, 19'); Guillaume Gouix, Madamoiselle (Francia, 2014, 17'); Idan Hubel, Daily bread (Israele, 2014, 18'); Sidi Saleh, Maryam (Indonesia, 2014, 17'); Ramin Bahrani, Lift you up (USA, 2014, 8'); Andrej Končalovskij, The postman's white nights (Russia, 2014, 101'); Frank Miller & Robert Rodriguex, Sin city - Una donna per cui uccidere (USA, 2014, 102'); Zhou Hao, Cotton (Cina/Francia, 2014, 90'); Christopher Nolan, Interstellar (USA, 2014, 169'); Frank (Inghilterra, 2014, 94'); Ila Bêka & Louise Lemoine, 24 heurs sur place (Francia/Italia, 2014, 90'); Gustavo Vinagre, Nova Dubai (Brasile, 2014, 53'); Aleksei Pivovarov, Pavel Kostomarov & Aleksandr Rastorguev, Srok (Russia/Estonia, 2014, 83'); Robert Greene, Actress (USA, 2014, 87'); Luca Ferri, Abacuc (Italia, 2014, 81'); Adirley Queirós, Branco sai preto fica (Brasile, 2014, 93'); Bas Devos, Violet (Olanda/Belgio, 2013, 82'); Marcella Di Folco, Una nobile rivoluzione (Italia, 2014, 84'); Emiliano Dante, Habitat. Note personali (Italia, 2014, 55'); Ziad Kalthoum, The immortal sergeant (Siria, 2013, 75'); Lav Diaz, Storm children. Book one (Filippine, 2014, 143'); Ossama Mohammed, Eau argente, Syrie autoportrait (Francia/Siria, 2014, 92'); Lav Diaz, Mula sa kung ano ang noon (Filippine, 2014, 338').





I migliori film del 2014, forse
40. Chen Tao, Great heart (Cina, 2014, 12')

39. Eva Randolph, O bom comportamento (Brasile, 2014, 19')

38. Rania Attieh & Daniel Garcia, H. (USA, 2014, 93')

37. Andrea Baldini, Ferdinand Knapp (Francia/Italia, 2014, 15')

36. Ann Hui, The golden era (Cina, 2014, 178')

35. Joel Potrykys, Buzzard (USA, 2014, 87')

34. Roberto Collio, Muerte blanca (Cile, 2014, 17')

33. Efthimis Kosemund Sanidis, II (Grecia/Germania, 2014, 16')

32. Joseph Bull e Luke Seomore, Blood cells (Inghilterra, 2014, 86')

31. Pedro Harres, Castillo y el armado (Spagna, 2014, 13')

30. Carl-Johan Westregård, Cams (Svezia, 2014, 13')

29. Konstantina Kotzamani, Washingtonia (Grecia, 2014, 24')

28. Xacio Baño, Ser e voltar (Spagna, 2014, 13')

27. Carlo Michele Schirinzi, Deposizione in due atti (Italia, 2014, 14')

26. Dénes Nagy, Another Hungary - Fragments of ordinary life in a village (Ungheria, 2014, 51')

25. Wim Wenders, Il sale della terra (Francia, 2014, 110')

24. Brendan Sweeny, Era apocrypha (USA, 2014, 21')

23. Amos Gitai, Tsili (Israele, 2014, 88')

22. Joshua Oppenheimer, The look of silence (Danimarca, 2014, 98')

21. Elise Durant, Edén (USA, 2014, 95')

20. Franco Maresco, Belluscone. Una storia siciliana (Italia, 2014, 95')

≈ 19 Luis Fulvio, Coda (Italia, 2014, 11')

≈ 19. René Frölke, Le beau danger (Germania, 2014, 100')

18. Abel Ferrara, Pasolini (Belgio, 2014, 86')

17. Avelina Prat & Diego Opazo, 3/105 (Spagna/Romania, 2014, 6')

≈ 16. Daniel Hui, Snakeskin (Singapore/Portogallo, 2014, 105')


≈ 16. SurveillantCameraMan, Surveillance camera man #8 (USA, 2014, 7')


15. Kurt Walker, Hit 2 pass (USA, 2014, 72')

14. Emiliano Grieco, La huella en la niebla (Argentina, 2014, 81')

13. Lisandro Alonso, Jauja (Argentina/Danimarca/Francia/Messico, 2014, 108)

12. Lupe Pérez García, Antigona despierta (Spagna, 2014, 63')

11. Maureen Fazendeiro, Motu Maeva (Francia, 2014, 42')

10. Ricardo Silva, Navajazo (Messico, 2014, 75')

9. Nicolás Pereda, Los ausentes (Messico/Spagna/Francia, 2014, 80')

8. J.P Sniadecki, The iron ministry (Cina, 2014, 82')

7. Manoel de Oliveira, O velho do Restelo (Portogallo, 2014, 19')

6. Peter Brunner, My blind heart (Austria, 2014, 92')

5. Pierre-Yves Vandeweerd, Les tourmentes (Francia, 2014, 77')

4. Anders Weberg, Numb (Svezia, 2014, 1')

3. Edgar Pêra, Lisbon revisited (Portogallo, 2014, 66')

≈ 2. Pedro Costa, Cavalo dinheiro (Portogallo, 2014, 104')

≈ 2. Tonino de Bernardi, Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti (Italia, 2014, 110')

1. Ed Pincus & Lucia Small, One cut, one life (USA, 2014, 105')



(Postilla) L'evento. Una rivoluzione, diversi orizzonti
Come dicevo poco sopra, la classifica è un qualcosa che chiude un periodo per poterne aprire un altro. Grazie ad essa, si ha una visione globale dei propri sforzi, che, una volta conclusi, andranno a rinnovarsi per l'indomani: la vita, altrimenti, si rinsecchirebbe. Ora, non voglio qui aprire un orizzonte di speranza per quello che sarà il futuro, perché non me ne rimane poi molta (ripeto: ho smesso di aver fede nel cinema, credo solo negli eventi), ma reputo anche importante considerare la fattualità della situazione, che è tragica e ci coinvolge da vicino: è la situazione in cui vessa il cinema italiano. Parlando con Collar, autore di Novena (Paraguay, 2010, 95'), sono venuto a conoscenza che sempre più realtà locali vengono come inglobate dall'imperialismo statunitense, che cinematograficamente prende le sembianze del modus operandi hollywoodiano. È il caso del Paraguay, per esempio, ma anche dell'Italia. In Italia, però, la situazione è particolare, perché si vengono come a creare delle dinamiche che, per quanto apparentemente si contrastino, si ritrovano infine a braccetto a festeggiare danzando sulla tomba del cinema: da una parte i film nazionalpopolari à la Vanzina, dall'altra gli sterili ed innocui intellettualismi di un Ferri. Del cinema, nemmeno l'ombra; anzi, meglio ancora, del cinema una nuova forma, più spettrale che fisica: il cinema è diventato un muro, è divenuto sprovvisto dello schermo e deve in un certo senso guardare allo spettatore e al mercato prima ancora che a se stesso. Vanzina fa questo, ma anche Ferri non agisce molto diversamente, poiché anche lui, in fondo, compiace quella cricca d'intellettuali scalzi che citano senza costruire discorsi originali o benché minimamente interessanti ed edificano un cinema elitario ed esclusivo che trova proprio nell'elitarismo e nell'esclusività più fascista e sprezzante dell'essere umano il proprio collante. Chi fa parte dell'élite è grato di essere nell'élite, e il cinema di Ferri ha un mercato, per quanto di nicchia. Il cinema non c'entra nulla con tutto questo, ma perché il cinema è ormai divenuto soltanto questo, e mentre i bambini sono contenti di guardare Alberi (Italia, 2013, 28') di Frammantino senza considerare di fatto che, in fondo, sia solo un buon film e che, come le pellicole di d'Anolfi e Parenti, non contrasti nulla (del resto i finanziamenti arrivano da dove arrivano, e una ricerca in questo senso sarebbe interessante per calibrare la potenza e la forza eversiva di certi film) ma sussista di per sé, nell'Iperuranio che se ne fotte dell'attualità perché è ad essa trascendente, noi vorremmo invece considerare ciò che è cinematografico (pur) essendo estraneo al cinema, ovverosia gli eventi filmici che capitano e nient'altro, come un sisma o uno tsunami, dopo i quali si può certo ricostruire e dimenticare, ma intanto la distruzione, la catastrofe è avvenuta. Per questo scrivo questa postilla, perché qualche buona notizia, all'orizzonte, c'è, e riguarda in primo luogo il film di Claudio Romano, Ananke. Già regista del fondamentale In the fabulous underground (Italia/Croazia/USA, 2012, 42'), un film che potrebbe benissimo essere paragonabile al capolavoro di Grandrieux, Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution - Masao Adachi (Francia, 2011, 74'), visto che in entrambi i casi il focus è su un artista (lì Masao Adachi, qui Anton Perich) che ha fatto dell'arte la propria rivoluzione e della resistenza la propria vita, Romano dovrebbe ormai aver completato quello che, a vedere alcuni fotogrammi, dovrebbe recuperare la potenza espressiva di un Tarr e di un Fehér in un contesto che rimanda al capolavoro di Shindō, Hadaka no shima (Giappone, 1960, 94') e che, soprattutto, sembra porsi in maniera davvero esterna al cinema così com'è oggi; Romano stesso, del resto, è una di quelle persone dure e pure che, nel cinema italiano, si son viste di rado (considerando solo quelle in vita, riesco a pensare solamente a Maresco, a Santini e a pochi altri) ed agiscono sul reale attraverso il cinema con questi film che hanno tutto il carattere dell'evento o della catastrofe, che sono al contempo così definitivi e così transeunti. Ananke dovrebbe uscire nel 2015, e ancora non ne so molto in proposito, ma è con ogni probabilità il film che attendo con più ansia di vedere, poiché in esso ripongo non solo parecchie aspettative, di carattere fondamentalmente estetico, ma anche e soprattutto una speranza che travalica l'estetica e sfonda nell'etica, ovvero nel luogo dove cinema e realtà non sono poi così irriducibili. È grazie a esso e a simili pellicole che questo blog trova la forza di andare avanti, e con il blog anche il sottoscritto, ed è sostanzialmente per questo che chiudo parlando di Ananke, perché non è tanto il capolavoro già visto quello che mi interessa quanto, piuttosto, quello ancora da vedere e, una volta visto, quello che quel capolavoro ha richiesto alla vita per essere realizzato (un sacrificio, una perdita, qualsiasi cosa), la soglia da oltrepassare che apre a un'altra soglia che a sua volta apre a un'altra soglia e via dicendo, la vita insomma, che, come insegna Pincus, è un continuo procedere verso un fallimento che è il dinamismo stesso della vita, poiché solo dal fallimento si può trovare la forza per vivere, senza di esso si esiste e basta, e in modo peraltro molto banale e statico: eventi...

10 commenti:

  1. Maaaa... Journey To The West?

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    1. Non credo che potrò mai perdonartelo...

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  2. No comunque, scherzi a parte, se dovessi ipoteticamente aggiungerlo più o meno dove lo metteresti?

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    1. Dopo Gitai, penso. Prima di "The look of silence".

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  3. ma dove li trovo tutti questi film bellissimi ? aiutini **

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  4. Ma non capisco: in "Fotogrammi #19", hai citato Mula sa kung... come un capolavoro e anche nella tua recensione ne hai parlato tutt'altro che male. Perchè ora parli di delusione?

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    1. Perché ho avuto occasione di rivederlo e di vedere il precedente e il successivo. "Mula..." non è un brutto film, il problema deriva dal fatto che è un film di Lav Diaz e le ultime tre pellicola di Lav Diaz rinnegano molto di quello che è stato il suo cinema. Per questo è una delusione.

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    2. Capisco. Non condivido, ma capisco.

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