EDSA XXX: Nothing Ever Changes in the Ever-Changing Republic of Ek-Ek-Ek (EDSA XXX: Ganito kami noon, ganito pa rin kami ngayon)



EDSA XXX: Nothing ever changes in the ever-changing republic of Ek-Ek-Ek (Filippine, 2012, 80') è una ballata punk coloratissima e così pop da sfondare inevitabilmente nel weird più spaesante e fantascientifico, quindi in un certo senso lo si potrebbe considerare come la summa di un tentativo, che ha impegnato Khavn sin da The family that eats soil (Filippine, 2005, 75'), di fare della forma una materia che in un certo senso obliasse o perlomeno scardinasse il contenuto stesso della pellicola; anche in EDSA XXX, infatti, ci si trova di fronte a una materia filmica particolarmente delicata, ovvero la possibilità di un avvenire rivoluzionario nella fantomatica repubblica di Ek-Ek-Ek, che altro non è se non la trasfigurazione immaginifica delle Filippine, vessate da un governo corrotto e una povertà ormai insostenibile, ma questa materia, l'oggetto del lungometraggio, si ritrova infine soverchiato da una forma straripante, che mette assieme, un po' raffazzonandoli, gli elementi più disparati: dalla fantascienza distopica al musical, dal weird al pop, dal found-footage più documentaristico a un grottesco che, tra nani e travestimenti, pare essere recuperato dall'abisso del trash degli anni Ottanta. Così facendo, Khavn riesce veramente a usurpare alla trama il suo ormai innegabilmente incontrastato primato, ora assunto da quest'accozzaglia di forme e gesti che in-formano irreversibilmente la pellicola, ma è come se dopotutto questo tentativo, anche a causa, probabilmente, di esperimenti ben più calibrati, come per esempio Mondomanila, or: how I fixed my hair after a rather long journey (Filippine, 2012, 72') o Squatterpunk (Filippine, 2007, 80'), risultasse piuttosto informe, quasi un dialogo con Khavn con se stesso, che gioca a limitare i propri limiti per raggiungere un eccesso che è, sì, interessante, ma solo dal punto di vista operazionale, ovverosia nel momento in cui lo si considera come un obnubilamento della trama, il che apre palesemente a nuove possibilità, peraltro più inclusive, ma al contempo smorza l'effetto, che dovrebbe rievocare l'idea dello schianto, del film in sé, il quale, in diversi punti, manca proprio di mordente, di presa, di capacità di coinvolgimento. Certo, non si può certo rimproverare a Khavn una cosa del genere, visto che da sempre egli si pone come artista disperatamente legato all'arte, bisognoso di essa poiché in essa trova appunto questa condizione che gli permette – contrariamente a quanto accade negli ultimi film di Sion Sono, i quali sembrano invece irretiti in una forma ipertrofica che mascera una vuotezza di fondo allarmante – di andare oltre, di essere realmente schizofrenico, di poter eccedere etc., ma, ecco, bisogna anche considerare che, forse, EDSA XXX non sia altro che un film à la Khavn e solo come tale può essere preso in considerazione e apprezzato; viceversa, qualora si scordasse la particolarità di questo regista e non si intercalasse EDSA XXX in un particolare momento della sua filmografia, la comunicazione spettatore-opera-artista, dove l'opera è appunto un canale di comunicazione con l'artista, almeno nel caso di Khavn e soprattutto in questo caso, potrebbe saltare, ed EDSA XXX, anziché apparire in tutta la sua bellezza sovversiva e anarchica, potrebbe risultare piuttosto innocuo, il che, data l'importanza del lavoro sul cinema di Khavn e in fin dei conti l'indiscutibile bellezza, data, come dicevo sopra, da questa frenesia di fondo, una frenesia che ti è subito addosso come un pugno in faccia, di EDSA XXX, sarebbe un vero peccato.

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