Eclipses


La realtà è univoca. La parcelizzazione di essa è opera di razionalizzazione, e la razionalizzazione è un artificio: regno animale e mondo vegetale, forma e sostanza, borghesi e proletari non sono che astrazioni di comodo, il cui unico scopo è quello di orientare l'essere umano in un mondo da cui si esterna ogni volta che opera simili astrazioni, perché la realtà è univoca, ma l'essere umano non coglie questa univocità di fondo per via di diversi fattori, come per esempio la creazione di un ambiente che non è più quello naturale bensì specchio del suo intelletto. È utile precisare sin da subito tutto ciò perché l'esordio alla regia di Daniel Hui, Eclipses (Singapore, 2011, 104'), è anch'esso diviso in due parti, che si guardano in maniera speculare ma che, almeno apparentemente, non si appartengono: da una parte, una storia di finzione in cui si segue il lutto di una vedova; dall'altra, un documentario che si avvicina ai conoscenti di questa donna, ora scomparsa di scena. Qualcuno udirà l'eco de L'avventura (Italia, 1960, 145') a sentire così riassunta la trama, e in effetti un qualche accenno alla pellicola di Antonioni è innegabile che sia presente, in quella del venticinquenne singaporese, non fosse altro per la forma che permea quest'ultima, così radicalmente contemplativa e minimalista che non può non rimandare a uno dei padri fondatori di questo cinema, ma non è, appunto, che un'eco, e come tale deve rimanere, poiché Eclipses prende invero tutt'altra direzione e va infine a formulare un discorso che è ben altro rispetto a quello proposto nella trilogia dell'incomunicabilità. Qual è questo discorso? Lo si è detto: l'univocità della realtà. Scomponendo infatti la realtà filmica in due sezioni ben precise per mezzo dello schermo nero, Daniel Hui opera non tanto una distinzione tra le due parti quanto, piuttosto, una loro riconciliazione, tant'è che lo schermo nero che divide le due parti appare infine come una sutura, una cicatrice che riallaccia tra loro due pezzi di carne tagliati da un agente esterno ma tra essi naturalmente connessi in un tutt'uno. Si intuisce bene che il tutt'uno di cui qui si parla è il film Eclipses, che, composto unicamente da se stesso, appare come un organismo che, pur potendo differenziarsi nelle sue parti costituenti (organi, ossa e via dicendo), non può considerarsi privo o al di là di queste parti; certo, Eclipses si divide in tre parti – finzione, schermo nero, documentario – ma Eclipses non è nessuna di queste parti ma il loro insieme, la relazione che emerge da, intercorre tra e determina ognuna di esse. La storia di finzione all'inizio viene così compenetrata (se non altro retrospettivamente) dal documentarismo della seconda, sicché finzione e documentario perdono la tracciabilità dei loro confini, che ineluttabilmente sbiadiscono e scompaiono per fondersi in ciò che esprimono, ovverosia la realtà, che – non lo si ripeterà mai abbastanza – è fondamentalmente univoca. Lo stesso discorso che qui si è fatto per la forma vale per la sostanza, la materia filmica. Così come la realtà è assieme finzione e verità (cosa che verrà ancor più profondamente esplorata in Snakeskin (Singapore/Portogallo, 2014, 105'), il secondo lungometraggio di Hui), allo stesso modo essa appare all'agente esterno – lo spettatore – come distinta in due diversi poli, che sono quello della presenza e dell'assenza, del pieno e del vuoto. La presenza della vedova nella prima parte, la sua assenza nella seconda si intrecciano alle forme che le permeano, e laddove la presenza verrà veicolata attraverso la finzione l'assenza sarà invece canalizzata nel documentario, ma – come si è visto – finzione e documentario perdono il loro senso nel momento in cui li si considera in seno all'organismo che fanno funzionare, ovverosia il cinema, il quale eclissa la dualità in favore di un ritorno monistico del reale ma soprattutto al reale; attraverso il cinema si ha infatti la cognizione di un monismo che nella realtà è invisibile poiché la realtà è indelebilmente tracciata dalla razionalizzazione con la quale ormai siamo abituati ad affrontarla, ed è dunque questo monismo – l'eclisse del titolo – che fa emergere la perfetta aderenza tra cinema e realtà, anch'essi presentati come divisi e diversi solo all'occhio troppo razionale e perciò innaturale di uno spettatore ma sostanzialmente e veramente uniti e indistinti qualora li si considerasse in maniera oggettiva e neutra.

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