Distant



Distant (Cina, 2013, 88') è un'immagine che svanisce. Non si tratta di essere in lontananza, si tratta della lontananza stessa, che è qui; tramite essa, si è come collegati a un oggetto che si trova in un là nel quale non sono e del quale, pure, partecipo. Evento metafisico, la pellicola di Zhengfan Yang pone dunque in essere una relazione che travalica l'essere umano e diventa eminentemente cinematografico e che, al contempo, travalica il cinematografo per essere eminentemente umana: la restituzione di un'indiscernibilità di fondo tra atto del vedere e atto del mostrare è l'atto stesso attraverso il quale l'uomo si ritrova nel cinema e ritrova il cinema in se stesso, dando così luogo, più che a una ricerca, a un recupero di una sensibilità fondativa che, in questo secolo eccessivamente cinematografico, è andata obliata perché, appunto, introiettata, fatta costituzionalmente propria; mediante geometrie minglanghiane e una forma essenzialmente benninghiana, il regista cinese assume infatti a paradigma del proprio lungometraggio non tanto la visibilità, che abbiamo visto essere la base del cinema contemplativo, quanto piuttosto il vedere vero e proprio, ed è questo, in ultima istanza, a fondare e fondere cinema ed essere umano, riscoprendo quella virtualità che è uno spazio non soltanto abitale ma anche - e soprattutto - desiderabile, perché sostanzialmente onnicomprensivo di un qui che è più o meno ovunque: qui e là, dove quel là è un nuovo qui, a cui siamo legati attraverso la vista o, qualora questo venisse inteso come realtà filmica, attraverso il cinema, che esperiamo direttamente e spontaneamente. Non si tratta più, quindi, di esprimere le potenzialità del cinematografo; si tratta, ora, di ritrovare queste potenzialità nell'essere umano, che ha creato il cinematografo per motivi ben precisi, si direbbe addirittura vitali, e che perciò vede svanire l'immagine cinematografica nel momento stesso in cui la riscopre come propria: puro cinema dell'immanenza e nient'altro.

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