Diamante


Diamante (Argentina, 2013, 65') è una di quelle opere da cui ci se ne esce tremanti e un po' sconfitti, perché a vincerla, in fondo, è la bellezza, ma è una bellezza che non conosciamo, che nel suo rivelarsi rende afasici come un'apparizione extra-terrestre; eppure, la bellezza ripresa da Grieco, che sarà poi più o meno la stessa di quella presente in La huella en la niebla (Argentina, 2014, 81'), è una bellezza per così dire dietro l'angolo, che emerge da sotto i nostri occhi e che si scopre sempre essere stata lì, e la maestria dell'argentino sta proprio in questo, nel scoprire cioè una bellezza che è sempre stata scoperta, solo che noi non ce ne siamo mai accorti. Si potrebbe dunque riflettere sulla crescita di Ezequiel come a una sorta di perdita che è dimenticanza di quella bellezza sotterranea che anima le cose; Diamante, infatti, si presenta come un documentario ma finisce per essere più un'attestazione, un documento che qualcosa è effettivamente accaduto, quasi una testimonianza, piuttosto che un'esplorazione di un'attualità oggettiva e fattuale. In questo senso la pellicola di Grieco è qualcosa che oltrepassa una certa soglia per recuperare una dimensione perduta che, se una certa poesia (penso a quella del Pascoli, per esempio, ma anche ad un certo Goethe) era in grado di rievocare, al cinema soltanto è data la capacità di veicolare e presentificare. Con ciò, non voglio sostenere che il cinema desti l'uomo dallo stordimento in cui s'è assopito (anche se effettivamente è così), quanto piuttosto rilevare come sia proprio il cinema, in particolare questo cinema, a rendere umano l'uomo: Grieco non è per niente innaturale o invasivo nel suo continuo pedinare Ezequiel, poiché la mdp è come fusa col suo occhio e la sua sensibilità, sicché ciò che lo spettatore vede non è semplicemente un pezzo di legno galleggiante ma una luce particolare che bagna quel legno e letteralmente lo trasmuta, lo fa apparire in una prospettiva che non è ordinaria, perché non è quella che avremmo avuto noi qualora ci fossimo trovati in quella situazione, né straordinaria, perché Ezequiel non è altro che un ragazzino come tutti noi lo siamo stati e che, a breve, diventerà un ragazzo, quindi un adulto, e tutto ciò che rimarrà della prospettivo mediante la quale affrontava l'esistente si perderà nel tempo e rimarrà nell'inquadratura. Emiliano Grieco, del resto, non ricerca una poesia scialba e fanciullesca, ingenua e patetica, ma riconosce la precarietà e la fragilità di questa sua poesia, della visione che del mondo ha per ora Ezequiel; Diamante si trasforma così - più che in un'elegia - in una sorta di visione crepuscolare che ha in sé qualcosa del giorno e che, al contempo, promette e anticipa la notte, il buio nel quale gli oggetti si riveleranno altri rispetto a ciò che parevano alla luce del giorno.

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