Child of the sun (Anacbanua)


Sospeso in quell'abisso virtuale dove sogno e memoria sono tra loro indifferenti, Anacbanua (Filippine, 2009, 104') mostra - senza raccontarla - la storia di un poeta che fa ritorno in terra natia dopo un lungo esilio, ma l'elemento del ritorno non è lo stesso di quello che si profilava nel capolavoro del conterraneo Lav Diaz, Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540'), e anzi, se di ritorno si tratta, è a maggior ragione vero che spazio e tempo, nella pellicola di Christopher Gozum, diventano, alla stregua di sogno e memoria, elementi indistinti, che si compenetrano così profondamente da formare un'unità che solo con molta cautela potrebbe essere definita spazio-temporale, e questo perché, di fatto, non c'è nulla, in Anacbanua, che sopravviva alla parola e a quell'immagine che, se da una parte è incorniciata da essa, dall'altra è cornice della parola stessa. Vengono allora in mente quei bellissimi versi di Vallejo, quando il poeta peruviano evoca il momento «di spegnere la tenebra con l'ombra», e in un certo senso non si avrebbe poi così torto a voler ricollegare la strenua difesa di Gozum del Pangalatok, un dialetto in via d'estinzione, alla vanità con cui Vallejo consideri un'esistenza priva della comunicazione, della parola, poiché è dopotutto questa, intesa nella sua più profonda generalità, a omogeneizzare e, al contempo, a identificare le genti: è con la parola che possiamo veramente aprirci all'altro, trovandoci con esso su uno stesso piano d'immanenza, ed è anche attraverso la parola, caratterizzata com'è da una particolare intonazione, accentazione o dialetto, a definirci nella nostra individualità. In questo senso, Gozum fa propria una tendenza tipica di quel cinema che trova in Straub e Huillet i suoi più coscienti pionieri - penso, ad esempio, al cinema di Maureen Fazendeiro, in particolar modo al suo splendido Motu Maeva (Francia, 2014, 42'), ma anche alla portata titanica del lavoro di Marcelo Gomes e Karim Aïnouz, confluito in Viajo porque preciso, volto porque te amo (Brasile, 2009, 75') - e cioè di portare la parola laddove l'immagine non può andare e viceversa, sì da creare un'unità filmica la cui polarità conduce a profondità inimmaginabili e che sarebbero inattingibili altrimenti; inoltre, questo procedimento conduce Gozum a far aderire perfettamente il cinema alla materia trattata, che è appunto il ritrovamento di un'unità omogeneizzante e progressivamente individualizzante: non si può fare a meno della parola perché non si può fare a meno dell'immagine, e ciò è fondamentalmente dovuto al fatto che immagine e parola esistono nel binomio che le unisce inseparabilmente e che è, di fatto, Anacbanua. A questo proposito si potrebbe parlare di linguaggio figurato, a patto però di intenderlo letteralmente e in maniera biunivoca: c'è un linguaggio figurato perché c'è una figurazione del linguaggio, e Anacbanua, che, da un parte, attraversa il linguaggio perforandolo nella poesia e, dall'altra, lavora l'immagine filmica come solo un Raya Martin - in particolar modo quello di Now showing (Filippine, 2008, 280') - o il Jet Leyco di Leave it for tomorrow, for night has fallen (Filippine, 2013, 100') hanno finora osato fare (almeno in terra filippina), va infine a tradursi quale espressione di un'esperienza originaria ritrovata, la cui indifferenza è anteriore e per certi versi trascendente rispetto la frattura che si è venuta a comporre nella storia, in particolar modo quella più recente, dove l'imperialismo ha, da un lato, portato a un cinema che fa dell'immagine una didascalia della parola e, da un altro, chiuso le riserve per vitalizzare la specificità di ogni singola cultura (si prenda il caso, accennato poco sopra, del Pangalatok). Non si tratta più solo di resistenza, dunque: il gesto di Gozum, coraggioso e commovente al contempo, va oltre la semplice resistenza e, con un'incredibile capacità di resilienza, risale alla foce del fiume per ricondurci a quello che abbiamo perso e che il suo cinema mostra che possiamo ritrovare.

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