All what is somehow useful (Alles Was Irgendwie Nützt)


Alles Was Irgendwie Nützt (Olanda, 2014, 8') è una parata. Non è un’esposizione né una mostra, ma una grande parata di freak.  Anzi, cinematograficamente parlando, si potrebbe ricondurre la pellicola di Pim Zwier a due nobili antecedenti, ovverosia, da una parte, il Freaks (USA, 1932, 64') di Browning e, dall’altra, La jetée (Francia, 1962, 29') di Marker. Come il secondo, infatti, il cortometraggio si compone di fotografie, quindi di elementi statici, privati del movimento ma non per questo a-dinamici; il primo, invece, viene rievocato per l’oggetto rappresentato e per il modo in cui questo viene esposto, una modalità che, come è stato accennato, ha più a che fare con la parata che con una mostra vera e propria. Antecedenti che sono, Freaks e La Jetée non saturano, però, Alles Was Irgendwie Nützt, il quale trova la propria originalità prima di tutto nell’animalità dei freaks, un’animalità - si potrebbe dire - privata o almeno esposta, mostrata, fatta oggetto di parata nel momento stesso in cui è altro da se stessa, contaminata; le fotografie, infatti, provengono dalla collezione di Julius Kühn e risalgono agli anni che intercorrono tra il 1910 e il 1940: qui, ad Haustiergarten, in Halle (Saale), Meister Öhring e Hofmeister Müller praticavano esperimenti genetici sugli animali, di modo da creare ibridi - i freaks protagonisti della parata - contro-natura, come per esempio il zebroide, che è sia zebra che asino e contemporaneamente nessuno dei due. La pellicola di Zwier mostra appunto questo non essere nell’essere due cose assieme, quindi - in un certo senso - la privazione del fascio di potenzialità con cui sovente si confonde l’essenza: non esiste un’essenza, esiste piuttosto una serie di potenzialità che, pur essendo dinamica, in continuo cambiamento, è originariamente specifica di un dato essere; ora, mutare un essere geneticamente, significa fondamentalmente confondere questa serie con l’essenza, che è data come postulata, e credere che sia possibile, cambiando l’essenza, trarre nello stesso involucro corporeo un nuovo essere, il quale, però, non sarà mai tale, e questo è dovuto al fatto che la nuova essenza deriva da una razionalizzazione esterna all’essere cui apparterrà quell’essenza, una razionalizzazione così umana che vede nell’animale qualcosa di utile, di sfruttabile, di manipolabile*. Lo zebroide, per esempio, non è più niente, perché è privo delle proprie potenzialità. Non è né animale né mostro da laboratorio, e ciò è palese nel momento in cui Zwier mostra ciò attraverso la fotografia, cioè un elemento statico, privo di quel dinamismo, di quel movimento che sta alla base della vita: la fotografia è morta, è già data, non ha potenzialità, e così lo zebroide, condannato a non essere altro che un freaks, ma non un freaks qualunque, bensì un freaks browninghiano, da esposizione, che trova nell’essere mostrato o studiato la propria unica possibilità di esistenza, quasi fosse una bestia impagliata. È terribile, tutto ciò, e risulta anche particolarmente angosciante nel momento in cui Zwier fa virtualmente scattare l’otturatore al ritmo di una cantilena che ha molto della filastrocca infantile e che, proprio per questa sua innocenza, perde, al contatto con l’immagine, la propria originarietà per acquisirne - come lo zebroide e tutti gli altri ibridi - una nuova, che le è aliena e che rievoca le atmosfere di quei film horror in cui l’arrivo del killer è anticipato da una nenia, come Nightmare on Elm Street. Tutto funziona, dunque, in Alles Was Irgendwie Nützt, e funziona specificamente perché Alles Was Irgendwie Nützt stesso si presenta come ibrido in cui tutto è altro da sé - non solo la musica ma anche e soprattutto lo stesso cinema, che si presenta, qui, come fotografia musicata o qualcosa di simile - e che dunque non esautora la propria raison d’être nella semplice denuncia o nel gusto del grottesco ma, attraverso ingegnosi accorgimenti tecnici e teorici, esprime - e non è cosa da poco, considerando il fatto che la maggior parte dei film trovano la propria specificità all’esterno di sé, per esempio nell’oggetto documentato, fatto, questo, che li allontana dal cinema e li avvicina pericolosamente all’inchiesta televisiva - potenzialità che gli sono proprie poiché eminentemente cinematografiche, ed è questa, forse, la sua più forte condanna a ciò che in esso è mostrato, una condanna mossa con mezzi cinematografici e non morali o, comunque, a-cinematografici. Un esperimento riuscito, insomma; anzi, un grande esperimento riuscito.


* È, di fatto, il discorso di Heidegger sull’ambiente ma - giustamente - rovesciato: l’ambiente umano è una fabbricazione in cui gli enti sono con-vertiti, cioè inseriti in una struttura di rimandi che li sradica dalla loro natura e li rende utilizzabili; del resto, un motivo ci sarà se la parola πράγματα rinvia a πρᾶξις, e ciò è forse dovuto al fatto che noi non incontriamo mai un oggetto nella sua quiddità bensì esso è già inserito in una struttura che lo fa essere altro a seconda dei nostri scopi: l’albero non è mai albero da trasformare in carta o mobile, è subito carta o mobile potenziale, così come l’animale non è mai l’animale di cui potremmo cibarci ma, come dimostrano gli allevamenti intensivi e alcune terribili pratiche culinarie, come per esempio il foie gras, è già cibo, il che non significa che l’oca non possa diventare cibo, come vorrebbe l’ottusità dei vegetariani, che compiono invece la mostruosità inversa (ma sempre di mostruosità si tratta, visto che, come i produttori di foie gras o i fedeli religiosi (non è un caso che molte restrizioni alimentari derivino dalla religione, quindi direttamente da Dio, che è l’essenza postulata per antonomasia, cioè l’essere dell’essenza e l’essenza dell’essere), postulano un’essenza, quindi un principio di autorità - per esempio, appunto, Dio - cui esser schiavi (questo modus operandi, spesso inconscio, ha le sue ricadute nel pensiero politico, ovviamente, nonché nell’atteggiamento con cui ci si relaziona agli altri, sempre sottoposti e mai simili), al posto del fascio di potenzialità che esprime la vita, la libertà espressiva etc.), bensì che essa sia già cibo, ovvero possa venire trattata come tale, barbaramente, come oggetto da riempire con l’olio bollente e non come cosa viva.

6 commenti:

  1. trovato qui: http://vimeo.com/34080446

    grazie della segnalazione e della recensione

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  2. hai ragione, stesso regista, mucche, ho pensato per un attimo a un doppio titolo

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    1. Non si compone nemmeno di fotografie...

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  3. Visione interessantissima, grazie Yorick per la segnalazione e anche per l'interessante recensione. Raramente si trovano, a mio avviso, film con questa struttura (intendo interamente composti da istantanee) che riescono a perdere la loro natura fotografica per trasformarsi in puro cinema e questo "Alles Was Irgendwie Nützt" è proprio una di queste perle rare. Interessantissimo il dinamismo, che anche tu hai ovviamente notato, costituito dall'ordine delle fotografie, che mostra quasi una progressione metamorfica dei Freaks mostrati (mi riferisco sopratutto alla sequenza delle pecore ad esempio, in cui i manti delle bestie cambiano in continuazione per forma e colore), unito poi dalla cantilena che crea un ritmo estremamente ridondante e straniante, a causa del forte contrasto con le immagini mostrate. Davvero un bellissimo esperimento.

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    1. Vero. Un po' inquietante e stranamente destabilizzante, ma un bellissimo esperimento, di quelle chicche che si scoprono per caso e si conservano gelosamente: lascia il segno.

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