A hole in the sky (Godka cirka)


A hole in the sky (Spagna, 2014, 10') è un film vuoto, ma lo è nel senso più specifico e proprio, ovvero come un film che è il vuoto, quel vuoto dal quale tutto scaturisce: in un villaggio africano, una voce di bambina disincarnata, quasi spersa nel vento, racconta la propria storia, che è quella di un'orfana in attesa dell'infibulazione, e la anticipa, questa storia, narrando del buco nel cielo che la Terra vide quando Allah la creò; questo buco fu saturato da una nuvola, che prese la forma di una pecora di cui le pecore terrestri non sono che simulacri, e Allah diede il compito a una pastorella di prendersi cura di queste pecore. Con ciò, non si tratta di giustificare gli usi e le abitudini di un villaggio con un'espressione mitica di questi, ma di far discendere ciò che trascende il villaggio per collocarlo su un piano d'immanenza che è la forma stessa della Creazione. Àlex Lora e Antonio Tibaldi, lungi dal voler contornare il proprio lavoro con un'aurea di patetismo o, peggio ancora, di invettiva politica, tentano la strada del cinema etnografico, ma conducono questa operazione in maniera del tutto particolare, tant'è che alla fin fine si ha l'impressione che A hole in the sky sia una sorta di etnografia metafisica che, se non ha dell'universale, riesce comunque a cogliere un principio che è proprio di ogni realtà e che dunque, riscoprendo l'originarietà del reale (la creazione di Allah) in questo stesso principio, esprime l'unità primigenia a cui ricondurre la particolarità, la settarietà, la frantumazione che ha parcellizzato il reale: questo principio, come si sarà già intuito, è il vuoto, quel vuoto che Allah non colma se non con una nuvola che si limita a ricoprirlo soltanto, a nasconderlo, ma quel vuoto – anche – che permea la vita della voce narrante mediante lutti, fame, sete, povertà, e, infine, quel vuoto in cui si trasforma la vita stessa della bambina, la cui scelta di mantenere nel fuori-campo è forse da imputare al fatto che la voce che sentiamo per tutta la durata del cortometraggio appartiene in realtà a una morta. Nessun fatalismo, in tutto questo. Tantomeno una volontà elegiaca che sfoci nella più pia commiserazione. Al contrario, Tibaldi e Lora colgono la stupefacente immediatezza con cui una vita si esprime o una realtà si manifesta, nonché le loro più intrinseca fragilità e banalità, caratterizzazioni che son loro dovute dalla comune partenogenesi, ovverosia la discesa dal vuoto al quale poi faranno ritorno per riunirsi a ciò che quaggiù è loro privato e che nel vuoto costituisce invece una parte della loro essenza, colla quale sono invero indistinte. Ciò, naturalmente, non significa che cose come per esempio la povertà, l'indigenza, la pratica dell'infibulazione, il lutto materno etc. siano da considerarsi irreali o poco importante, e non è un caso, infatti, che Tibaldi e Lora scelgano, in ultima istanza, di trattare il tema dell'infibulazione, che altro non è se non la privazione, la creazione di un vuoto artificiale e parossistico, nel pieno che è il corpo che, avendo, siamo; viceversa, è proprio componendo la propria corporeità, percependola cioè come nostra, come piena se è piena o come vuota se è malata o violentata, che è infine possibile «con le ali giganti della propria anima volare attraverso il buco nel cielo».

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