The palace (El palacio)


La prima scena de El palacio (Messico, 2013, 33'), girato appena un anno prima dell'incredibile Los ausentes (Messico/Spagna/Francia, 2014, 80'), ritrae diverse donne che si lavano i denti in uno spazio in comune: è lo spazio del palazzo del titolo, un cantiere più che un luogo abitativo, dove troneggia una sorta di desolazione opprimente e primigenia che fa delle donne che lo abitano una specie di fantasmi in attesa di incarnarsi; Pereda, del resto, è solito riprendere realtà ai margini (si pensi a Entrevista con la tierra (Messico, 2008, 18'), estratto di Verano de Goliat (Messico/Canada, 2010, 76'), ad esempio), ma qui è come se l'abdicazione fosse più opprimente del solito e tutto si fa in un certo senso oclofobico, chiuso, stringente. Il minassimo, tratto tipico del regista messicano, è ai vertici, e se in Todo, en fin, el silencio lo ocupaba (Messico, 2010, 62') Pereda sembrava volgere verso una poetica del silenzio ora questa poetica si fa poetica dell'immagine come ciò che è in grado di dire il silenzio, non soltanto di esprimerlo: «Quando ho conosciuto la casa mi sono interessato al suo dramma. Volevo vedere come queste donne riuscissero a vivere insieme in circostanze difficili. Ho trovato una casa che era molto più tranquilla di quanto immaginassi. Durante tutto il processo di ripresa siamo stati attenti a filmare la quotidianità e il processo attraverso il quale la maggior parte delle donne tenta di ottenere un posto di lavoro, e la pellicola è diventata una sorta di film giornalistico, di film-inchiesta. Mentre cercavamo di catturare l'essenza del palazzo, la nostra presenza ha alterato il funzionamento dello spazio di gradi che non abbiamo potuto prevedere; inoltre il film non è costituito da personaggi ma da un insieme di corpi che interagiscono nello spazio». Certo, rimane un'afflato politico a veicolare il tutto, così come in Pereda è sempre stato, sin già da Juntos (Messico, 2009, 73'), ma ora è come se quest'afflato avesse permeato un qualcosa d'indomabile, che lo trasfigura in se stesso: è l'asino che entra e banchetta con ciò che è rimasto sulla tavola, ma l'asino è simbolo e corpo di una servitù senza nome, della quale fanno parte le inquiline di quel palazzo.

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