The capsule


Visione ostica e meravigliosa, The capsule (Grecia, 2012, 35'), il capolavoro di Athina Rachel Tsangari, la regista di Attenberg (Grecia, 2010, 94'), una visione che richiede tanta concentrazione quanta capacità di lasciarsi andare e delirare assieme alle immagini che si compongono e si scompongono sullo schermo con liquido formalismo; The capsule mette infatti in scena una sorta di Ringkomposition che è forma e sostanza della pellicola stessa, perché al centro di essa v'è appunto la circolarità dell'esistenza, incarnata da una congrega di sei donne che fa capo a una giovane matrona che fa loro da padre confessore e guida spirituale. La femminilità è dunque fulcro del mediometraggio, ma è una femminilità in itinere*, e di per sé The capsule si configura come un divenire-femminilità; a questo proposito, quindi, non può non tornare alla mente quanto scriveva la de Beauvoir ne Il secondo sesso: «Donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l'aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell'uomo; è l'insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna». Il caoscosmo che va a profilarsi lungo l'intero arco della pellicola è così l'esteriorizzazione dell'universo che queste donne non ancora tali hanno in sé e devono esprimere per divenire se stesse, ma solo una di loro riuscirà a esplicarlo, arrivando addirittura a vedere aperta la propria cassa toracica, cosa, questa, che le permetterà di concludere e di iniziare un nuovo circolo vitale attraverso un vampiresco morso alla gola da parte dell'unica donna fino ad allora presente, e cioè la matrona di cui sopra. Mediante il surrealismo gotico** della polacca Aleksandra Waliszewska e un minimalismo tipicamente tsangariano*** che mette in risalto gli aspetti più inquietanti del divenire-donna (il piacere, la disciplina, l'haute couture etc.), nonché, inevitabilmente, la bellezza delle ragazze, tra le quali figurano le due muse di Lanthimos, Ariane Labend e Evangelia Randou, e la russa Izol'da Djuchauk, meravigliosa nel Faust (Russia, 2011, 134') di Sokurov, Athina Rachel Tsangari compone un affresco che tende a dissipare l'innocenza per incanalarla infine in una carnalità che è vita - contemporaneamente origine e fluire di essa. Un film cupo, insomma, ma anche denso di energia vitale (e prova ne è il fatto che persino la repressione degli istinti trova una sua giustificazione nel momento in cui questi sono come disincarnati dal corpo che dovrebbe esprimerli e non - come invece accade nel caso delle altre cinque ragazze - trovare espressione in essi), in grado di mischiare sapientemente l'inquietudine più ottenebrante alla grazia più lucida e splendente, facendo infine emergere da questo coagulo una malia contemplativa che lascia afasici: un'autentica visione sospesa.


* L'individualizzazione o, meglio, la conquista della soggettività è del resto al centro di diverse pellicole della greek weird wave, tra le quali si ricordano Miss Violence (Grecia, 2013, 99'), L (Grecia, 2012, 87') e, ovviamente, Kynodontas (Grecia, 2009, 94').
** Tra surrealismo e atmosfere gotiche si gioca anche, sebbene su scala totalmente differenza, la pellicola di altro esponente della greek weird wave, ovverosia Telémachos Alexiou, regista di Venus in the garden (Grecia, 2011, 63').
*** Minimalismo che nel tempo ha trovato, in seno alla greek weird wave, nelle di Michalis Konstantatos e di Efthimis Kosemund Sanidis, rispettivamente in Luton (Grecia, 2013, 92') e in II (Grecia/Germania, 2014, 16'), un tentativo di emulazione-riformulazione.

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