Skinny boy



Svizzera. Un ragazzino vive segretamente la propria relazione sentimentale con una coetanea, segretamente dal padre dispotico ed etilico prima di tutto ma anche dal fratello maggiore di lei, un arrogante figlio di puttana che a quanto pare non ha senso di esistere se non per intralciare le vite altrui. Ecco, Skinny boy (Svizzera, 2013, 11') è sostanzialmente questo: un cortometraggio serrato, per certi versi dispotico, su come le cose possano improvvisamente prendere una brutta piega e finire male. Ma l'opera di Lawrence Blankenbyl non è solo questo o, meglio, è questo perché è altro, ovvero un Bildungsroman nel senso più pieno del termine; Skinny boy, infatti, s'instaura in quel «tra» che intercorre tra la giovinezza e l'età adulta e si forma grazie alla cristallizzazione di quest'istante: la disperazione non è presente in Skinny boy ma è ad esso conseguente, perché nel cortometraggio non sussiste che un'azione plateale, uno scarto tra la giovinezza e l'età adulta che non appartiene né all'una né all'altra ma è se stesso e come tale neutro, inviolabile. Certo, il padre ammazzerà il cane del ragazzo e col fratello della sua fidanzata le cose non finiranno per il meglio, ma il punto è che tutto ciò appartiene al passato, perché nel momento in cui questi fatti accadono il ragazzo magro del titolo è già altro da sé, e cioè adulto; la sua figura è allora quella della gallina che vorrebbe ma non può volare, perché anche lui, come lei, vorrebbe ma non può, e di fatto Blankenbyl non vuole che dirci questo: per abitare il presente bisogna rimanere fedeli alle origini, per diventare adulti serve una crisi in età adolescenziale, una disfunzione cioè che ci faccia abbandonare quell'età e focalizzi poi il nostro quel che è stato il nostro retaggio, il quale ci orienta e costringe le nostre azioni, premettendo le nostre più intrinseche possibilità. In fondo, l'età adulta non è che il ricordo del dolore dell'adolescenza.

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