Simulacri #8: Diaries: 1971-1976


Il cinema di Pincus è qualcosa che non tornerà mai. La sua onestà sofferta e apodittica è qualche che ci coinvolge e travolge, ma in maniera obliqua, perché il cinema di Pincus non ci appartiene: si presenta semplicemente, come un evento, ma come un evento questo presentarsi è un rendersi disponibile e attuale che implica un'inattualità essenziale. Diaries: 1971-1976 (USA, 1982, 200') ne è un esempio lampante e lo è nel momento stesso in cui mostra il cinema per ciò che è, ovvero pura e primordiale registrazione. Nessuna finzione davanti alla mdp, che addirittura smette di funzionare quando una posa è troppo affettata, giusto questa spazio-temporalità quotidiana e intima che fluisce e si sperde; il cinema, in questo senso, è l'unico modo possibile per braccarla, questa spazio-temporalità, e ciò che avviene è a tutti gli effetti una doppia-cattura: il cinema cattura la spazio-temporalità e la spazio-temporalità cattura il cinema, veicolandolo a essa. Per essere, il cinema dovrà sempre ripresentare quello spazio-tempo, presentando se stesso, e in un certo senso ciò è un affronto alla morte e all'oblio, ai sentimenti che si stemperano, alle situazioni che si consumano. Non è banalmente un atto d'amore verso il cinema, è molto di più: è qualcosa che blocca la morte, la posticipa e, se non la beffa, se comunque la morte, la fine del film, avvenga inevitabilmente, la ripresentazione del film, l'atto del dare il ripreso attualizza la vita ripresa e, con ciò, la fa risorgere. Così, la vita è non solo indissolubilmente ma anche e soprattutto intrinsecamente legata al cinema, che si (con)fonde con essa. Diaries: 1971-1976, del resto, non è altro che questo: registrazione di una quotidianità familiare, che trascorre e deve essere ripresa, nella doppia accezione di presa una seconda volta e registrata, per poter essere attualizzata. È un cinema primitivo e originario, che sta a valle del cinema e mostra ciò che c'era prima di esso, ciò che non dobbiamo pensare sia visibile, sia reso visibile dal mezzo cinematografico. È vita, appunto. E sarà vita anche in One cut, one life (USA, 2014, 105'), che sostanzialmente è un film sull'abolizione della morte attraverso la ripetizione del fallimento esistenziale.

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