Scapes and elements



Manfred Neuwirth è il Benning austriaco, e Scapes and elements (Austria, 2011, 52') è una sorta di trapasso nella realtà attraverso la trasfigurazione cinematografica: cinque ambienti, ripresi, ricalcando, di fatto, l'estetica benninghiana, mediante altrettanti piano-sequenza a macchina fissa di circa dieci minuti l'uno, e una sorta di spaesamento a permeare il tutto. L'operazione di Neuwirth, infatti, pur avvicinandosi pericolosamente a diverse pellicole del regista di Milwaukee, come per esempio One way boogie woogie (USA, 2011, 90'),  o alcune della sua discendente più prossima, la Lockhart di Double tide (USA, 2010, 99'), mantiene tutto sommato una soggettività che la connota e la particolarizza, arrivando infine a individualizzarla sul tappeto sonoro intessuto da Christian Fennesz; quel che Neuwirth cerca, infatti, non è tanto la prerogativa di un cinema squisitamente immanente come quello di Benning quanto, piuttosto, il tentativo di far emergere dal piano d'immanenza che ogni singola inquadratura va a formare una trascendenza che è l'evento stesso di Scapes and elements: ogni paesaggio - Grecia, Svizzera, Islanda, Spagna - mostra il proprio elemento - l'acqua, la terra, il fuoco, l'aria - in una dialettica in cui paesaggi ed elementi, come si evince sin dal titolo, si compenetrano, giustificandosi a vivenda in un'unità che ricompone la dualità di anima (l'elemento) e corpo (il paesaggio). È dunque un cinema fortemente contemplativo, quello proposto da Neuwirth, ma che pure, accanto alla suggestione delle immagini, richiede l'assimilazione di esse mediante non un'operazione intellettuale bensì un'immedesimazione simpatetica, che trova proprio nel quinto piano-sequenza, evidentemente influenzato dalla religione tibetana, la sua chiosa più teoretica e attuale: una finestra al di là della quale s'intravede un albero morente, e una pioggia che concretizza il vetro, lo schermo mediante e sul quale vediamo. È la realizzazione dello spazio, la mostrazione della spazialità intesa come pura visività; tramite essa, Neuwirth arriva a configurare la sua opera come una vera e propria riflessione che travalica il cinema per riconcepirlo come spazio e, a sua volta, riporta lo spazio nel cinema, aprendo quest'ultimo alla sua purità, che è appunto quella di essere continua spazializzazione, apertura allo spazio, spazialità.

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