Penumbra


- Che c'è? 

- Ho sentito qualcosa. Una specie di mormorio soffocato. 
- È il silenzio. Riposa, torna a dormire un altro po'. Tra poco è l'alba. 
- I giorni iniziano e finiscono, poi viene la notte. Solo il giorno e la notte, fino al giorno della morte, quasi si vivesse nell'eternità. 
Voglio iniziare da qui, da questo splendido dialogo, che avviene a tre quarti della pellicola, e voglio iniziare da qui perché questa sequenza, altissima a livello estetico e particolarmente densa a livello concettuale, è un po' il fulcro di Penumbra (Messico, 2013, 89'), una delle visioni più clamorose dell'anno appena trascorso. Si tratta fondamentalmente di un dialogo visivo, con la mdp che indugia su degli affreschi bagnati da una luce calda e avvolgente in un suggestivo gioco chiaroscurale: il dialogo concettualizza le immagini dipinte sugli affreschi e gli affreschi, a loro volta, visualizzano i concetti espressi nel dialogo in una compenetrazione vicendevole che deflagra in quell'eternità appena sussurrata, alla quale, tra l'altro, gli affreschi sembrano in un certo senso condannati o quantomeno legati; la pellicola di Villanueva, infatti, presenta la vita di un cacciatore messicano che vive sperduto assieme alla moglie, ma la presenta sia declinandola ciclicamente, come avverte sin da subito la circolarità del primo movimento di macchina, che si protrae quasi indefinitamente in una panoramica sensazionale, nella quale la spartana abitazione dei coniugi è ripresa alle prime luci del mattino, quando insomma a prevalere è ancora l'oscurità, sia ponendo in risalto gli istanti più crepuscolari e meditativi della sua giornata, sì da arrivare a trasfigurarli come gli aspetti più propri dell'esistenza stessa del vecchio cacciatore, la cui vita, ormai al crepuscolo, è come ritrovata, resa finalmente trasparente nel silenzio in cui sono avvolte le battute di caccia. L'attenzione per il momento crepuscolare, dunque, assume connotati esistenziali così come ogni giornata, ogni aspetto della quotidianità dei coniugi in generale e del cacciatore in particolare è infine paradigma delle loro vite, tanto più se si pensa che sono proprio le atmosfere crepuscolari a intensificare la quotidianità, sfumandola nel ritualismo. In questo modo Villanueva, che pure è attento alla lezione dei connazionali Carlos Reygadas - mi riferisco in particolar modo a quella presente in Post tenebras lux (Messico, 2012, 115') e Stellet licht (Messico, 2007, 127') - e Amat Escalante, nonché di quella impartita da Lisandro Alonso ne La libertad (Argentina, 2001, 73'), opera un lavoro del tutto originale e la cui maestosità, che ben si riallaccia alla naturalezza estraniante - una sorta di commistione tra El lugar más pequeño (Messico, 2011, 100') e Wadley (Messico, 2008, 60') - con la quale è condotto, dev'essere ricercata nell'atto stesso di far emergere dalla quotidianità l'esistenza, da una vita la vita, ed è questo, in fondo, che giustifica la volontà di concentrarsi su una temporalità frattale, che a sua volta amplifica l'emersione appena descritta, perché concentrarsi sulla penombra non significa soltanto lasciare indistinto il rapporto luce e ombra ma anche - e soprattutto - dar risalto a una temporalità che non si definisce di per sé ma è definita da altro: nel primo caso la penombra può essere sia quella dell'albeggiare sia quella del crepuscolo, ma il fatto che non si sia coscienti se sia ora l'ombra ora la luce a prevalere sull'altro elemento indistingue sia l'ombra che la luce, caratterizzandosi, appunto, come penombra; nel secondo caso, invece, sia l'alba che il crepuscolo non sono in sé propriamente momenti, ma, piuttosto, preludono a momenti specifici, cioè il giorno e la notte, e in quanto tali sono alba e crepuscolo non sono temporali ma infratemporali, stanno in mezzo al tempo e sono di esso una specie di spartiacque che, pur rimanendo indefinito, definisce ciò che spartisce (del resto, non è dal giorno in sé che capisco che sia giorno ma dall'alba che l'ha precorso, e così per la notte). Penumbra va così a configurarsi come una frattura, una piega temporale che non ferma né stabilizza il tempo, e tantomeno lo definisce. Perché, d'altronde, definirlo? Il tempo, a Villanueva - ma così anche ad Heidegger, solo che Heidegger, questo, non lo capiva - interessa nel momento in cui fa fluire la vita, sicché la domanda sul tempo è una domanda posta alla vita, che travalica e definisce (l'oscurità della grotta, squarciata dalla luce del protagonista, sembra alludere a questo) il tempo, e Villanueva, concentrandosi sull'infratemporale, fa emergere, di fatto, la vita del cacciatore, il che, senza dubbio, ha un qualcosa di miracoloso: una vita sospesa nel tempo ma non astratta dal tempo, che dà fluidità al tempo ed è inarrestabile, perché fagocita persino la morte (si pensi alla scena del cervo). Mediante ampi spiragli contemplativi e scorci squisitamente minimalisti, in cui il vecchio cacciatore è colto nella più splendida e ammaliante comunione con la natura, Villanueva fa questa cosa assieme magnifica e commovente di aprire il tempo - un atto che sembra una coltellata, perché è come se lo ferisse, il tempo - e lasciarne fluire la vita, che ora sgorga in tutta la sua autenticità, e come tale è identifica a se stessa, ripetitiva, sì, ma nel senso che si vuole, che, a mo' di nicciana volontà di potenza, vuole se stessa come vita e, quindi, è portata a ripetersi, cioè a vivere la vita che è: una vita...

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