Observando el cielo


In Observando el cielo (USA, 2007, 18') confluiscono sette anni di osservazioni cosmiche che si orientano, nell'opera dell'amica di James Benning, attraverso stati differenziali che li fanno come sussistere tutti allo stesso tempo, trasformando Observando el cielo in una sorta di caoscosmo. In esso, convergono le sperimentazioni che negli anni precedenti Jeanne Liotta aveva formalizzato in cortometraggi come Eclipse (USA, 2005, 3') e Galileo's experiment on falling objects (USA, 2006, 2') o nel dittico-loop composto da What we as human try fallibly forever (USA, 2006, 3') e What we as human try fallibly forever #2 (USA, 2006, 29'), tutti focalizzati sul cielo o più in generale lo spazio. A differenza di questi titoli, però, Observando el cielo dà come l'impressione di essere un miasma, una composizione in cui non si avvertono tagli o cambiamenti ma procede in un'unità che ha del mistico. Ciò credo sia dovuto al fatto che la pellicola della Liotta accumuli, sì, materiale eterogeneo ma ponendolo su uno sfondo che fa interagire le varie scene commistionandole in un organismo che è uno e che è, appunto, Observando el cielo; in esso, le singole scene sono come membra di un corpo umano e trovano dunque nella vicendevole iterazione la loro raison d'être: non è un film di differenza, è un film di differenziazioni, di stati che non si differenziano ontologicamente ma per mezzo delle loro diverse intensità. Così come il cielo è sempre lo stesso, la luminosità è oggi diversa da quella da ieri, e questo stato differenziale è propriamente l'evento di Observando el cielo, che appunto non si compone che di se stesso: è sempre lo stesso oggetto - il cielo - ad essere osservato, ora direttamente ora attraverso l'illuminazione che fa spiovere su un edificio, e in ciò sta tutta la sua prossimità con il capolavoro di Benning, Ten skies (Germania, 2004, 102'). La Liotta recupera quindi la lezione del cinema strutturalista degli anni Settanta, riproponendola però in una dimensione che è totalmente altra rispetto a quella della new wave americana e in un certo senso ad essa irriducibile, perché è come se quel cielo, perennemente pervaso di bagliori e oscurità differenziali, divenisse un elemento esperienziale vicino allo e al contempo fruibile dallo spettatore, che riconosce in esso il luogo d'iscrizione del tempo; la pellicola arriva così a farsi riflessione sulla memoria, sui sentimenti sbiaditi, sulla perdita di un momento che, trascorso, non passerà più, e per quanto tutto ciò possa in effetti mettere addosso una certa tristezza, è meraviglioso considerare come la Liotta, con quest'operazione, si ponga prima di questo fluire temporale e di fatto crei il tempo.

4 commenti:

  1. Bella merda. Un altro "capolavoro" ottenuto puntando una mdp al cielo? Per fortuna questo dura soltanto 18 minuti e non è paragonabile allo spreco di tempo e di gigabytes quale è quella pagliacciata di Ten skies

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    1. È divertente parlare di cose che non si conoscono, vero?

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    2. >Ten Skies
      >pagliacciata
      HAHAHAHAHAHAHA
      Viviamo in un brutto mondo.

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