My blind heart (Mein blindes herz)



Visione estrema e senza limiti, My blind heart (Austria, 2014, 92'), paragonabile soltanto, forse, all'Anton's right here (Russia, 2012, 110') di Arkus, e dir questo ancora non si centrerebbe il punto, perché la pellicola di Brunner non lascia scampo, occlude tutti gli spazi e, appunto, rende ciechi: è la vittoria del cinema sul cinema, e non si tratta di velleità teoretiche e, se paragonate al film in questione, fin troppo metafisiche (meta-cinema) quanto, piuttosto, di un cinema che si ritrae, che germoglia da un fungo o un parassita ed è infine costretto, per essere, ad abbandonarsi al fondo precategoriale che lo fonda; è la vita, questo fondo, e My blind heart se la vede crescere dentro, finché non rimane che essa - libera, sì, ma al contempo imprigionata nel corpo di un malato di Marfan, che (e)spande oscurità sullo schermo perché, in fondo, il film stesso, incentrandosi sulla sua esistenza, è irriducibile all'oscurità che gli appartiene e che incarna. Si potrebbe allora parlare di un doppio livello, di una stratificazione della pellicola su due piani, i quali però arrivano infine a compenetrarsi. Da una parte, il film in quanto tale, che assomiglia quasi a un documentario per la discrezione con cui è condotto; dall'altra parte, invece, ciò che sussiste prima del film e su cui il film si concentra, ovvero la condizione di Kurt, che è poi la stessa dell'attore che lo interpreta, Christos Haas. Naturalmente, è la condizione di Kurt a sostanziare il film, che in un certo senso si modula su di essa, ma ciò significa che l'ineluttabile cecità di Kurt in un certo senso straripi, annienti la visività e, con ciò, cancelli il cinema, annullando quindi l'espressione attraverso la quale Kurt - la vita di Kurt - può manifestarsi. Si potrebbe pensare, a questo punto, che Brunner sia più interessato alla vita che al cinema, e in effetti non potrebbe che essere così, ma ciò non comporta una banalizzazione o una strumentalizzazione del cinema in quanto tale; anzi, il rapporto cinema-vita, in My blind heart, è molto più profondo e sottile e dovrebbe essere ricercato più che altro nella capacità di Brunner di fare del cinema il corpo di Kurt, l'espressione della sua vita. E qual è il corpo di Kurt? In fondo, non è altro che lo stesso di cui parlava Nancy ne L'intruso: è il corpo malato, l'intruso, e intruso perché è ciò che, pur appartenendomi, non mi è, contrasta con la vita cui tendo e al contempo incarno. Cinema-corpo, dunque, ma anche corpo di cui disfarsi per poter vivere - non carnalmente, non corporalmente, ma vivere e forse ancora più liberamente di un corpo che, essendo malato, non abito ma mi abita e mi possiede. Ecco la necessità di sopprimere il (corpo-)cinema: liberare la vita, la quale, però, non può che emergere dal cinema stesso.

Nessun commento:

Posta un commento