Mountain in shadow (Montaña en sombra)


Un anno prima di Costa da morte (Spagna, 2013, 81'), Patiño realizza questo Montaña en sombra (Spagna, 2012, 14'), che presenta già in sé i germi del futuro lungometraggio; anche qui, infatti, a prevalere sono i campi lunghissimi che ritraggono individui (in questo caso sciatori) come inghiottiti dal paesaggio, e la sensazione che ne prevale è quella di una natura spodestante, della quale le persone non sono che particelle atomiche. A differenza di Costa da morte, però, Montaña en sombra si caratterizza per il fatto di non ricercare il naturalismo ma, anzi, di sformarlo attraverso un solido lavoro in post-produzione - come accadrà in La imagen arde (Spagna, 2013, 30') - che riduce ai minimi termini il naturalismo in una sorta di ricerca dell'essenza stessa del naturalismo, il quale si ritrova infine mostrato in tutta la sua potenza espressiva proprio nell'atto stesso di questa sua riduzione: Patiño non astrae ma sottrae, e la montagna, che va riducendosi a un insieme ondulato di ombre che rievoca la superficie lunare, è davvero colta nella sua essenza, ma è un'essenza che a sua volta implica un'assenza, una spoliazione che la priva del corpo per renderla visibile nella sua intimità. La montagna, che in alcune sequenze appare quasi dipinta, è ridotta all'osso, quel tanto che basta a farcela considerare in se stessa come una montagna e averne così un'esperienza del tutto soggettiva, che si forma nell'atto stesso in cui viene introiettata dallo spettatore. Un'esperienza difficilmente fruibile a parole, dunque, perché intrinsecamente legata allo stato d'animo del soggetto che vi si approccia. Certo, lo strutturalismo di fondo rende la materia filmica molto omogenea, ma è proprio nel momento in cui questa viene interiorizzata che la pellicola prende forma e le figure assumo una profondità che prima non avevano: cinema dell'immanenza allo stato puro.

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