La imagen arde



La imagen arde (Spagna, 2013, 30') è, forse più ancora di Costa da morte (Spagna, 2013, 81'), il capolavoro di Lois Patiño, il regista della ZeitunFilms, la casa di produzione spagnola che nella sua scuderia vanta registi del calibro di Eloy Enciso, autore di Arraianos (Spagna, 2012, 70'). Dico «forse più ancora» perché in effetti La imagen arde si ritrova in un universo pressoché differente da quello prospettato in Costa da morte, dove erano soprattutto le suggestioni paesaggistiche, denotate dalla mdp attraverso lunghi piano-sequenza di campi lunghissimi in cui tutto si trovava in un armonioso panteismo, a farla da padrone; qui, infatti, pur rimanendo in seno a quel cinema dell'immanenza di cui pian piano andiamo facendo una topologia, l'immagine abbandona ogni tentativo descrittivo per assumere un'aurea più riflessiva e autoreferenziale, tanto che a conti fatti si potrebbe parlare de La imagen arde come di una sorta di meta-cinema che sfonda nella trenodia del cinema stesso. Già dal titolo, del resto, è palese come Patiño voglia sin da subito declinare il cortometraggio in se stesso, rendendo così possibile un'emergere dell'essenza filmica che ogni film autenticamente tale ha in sé, e vien allora da pensare a quella frase di Metz per cui ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte, ma ancora non basta, e non basta perché Patiño fa emergere l'essenza del cinema proprio da un'idea di morte, l'immagine dalla sua distruzione: il fuoco che annienta e che brucia la pellicola cinematografica è qui luce che pone in essere l'immagine, prima che il buio la ottenebri e l'annichilisca; il ralenti svolge così una funzione fondamentale nel mantenere viva più a lungo possibile l'immagine cinematografica, e in ciò è mostrato tutto l'amore verso il cinema che un regista può nutrire. Anche il ralenti, però, non è indefinito, e una candela che arde col doppio del suo splendore brucia in metà tempo. Certo, grazie al ralenti è, sì, possibile contemplare più approfonditamente l'immagine ardente, ma ciò non toglie e anzi implica che sia anche più pesante la percezione dell'ombra là dove la luce ha schiantato qualsiasi altra cosa. Così, l'immagine muore, s'oscura ed è destituita, ma è destituita in quanto fiamma, ardore, luce: cenere. Al termine de La imagen arde, dunque, l'immagine si tramuta senza perdere se stessa, è legna che è divenuta cenere e conserva la propria specificità, e non si può essere infine troppo convinti del fatto che, pur privata del suo potere significante, cioè destituita come oggetto segnico, l'immagine-nero non sia infine che l'immagine stessa, nella sua purezza e nella sua integrità; anzi, proprio in quanto privata del suo potere significante, dello statuto ontologico che la pretende come oggetto segnico, l'immagine potrebbe finalmente essere diventata se stessa, alla fine.

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