La gallina



È tutto molto maestoso, ne La gallina (Spagna, 2013, 17'), ma è una maestosità che si spande e si sperde nella miseria, e l'impressione è che la miseria stessa sia maestosa. In effetti è così, e forse lo è sempre stato. Coutinho, con Boca de lixo (Brasile, 1993, 49'), ha mostrato proprio questo lato della miseria, che non è l'aspetto messo in luce dallo spagnolo Manel Raga ma con il quale condivide qualcosa, e cioè una folle energia desiderante, che oltrepassa la vita e libera la vita stessa: la gallina, che in Skinny boy (Svizzera, 2013, 11') rappresentava una volontà impossibile da porsi e mai realmente attualizzata, è qui lo stesso pennuto incapace di volare, ma questa incapacità, ora, è solamente lo schianto mediante il quale il desiderio può essere perennemente rinnovato e la volontà continuamente volente e mai voluta (per riprendere i termini di Blondel). È un continuo bordeggiare la morte, senz'altro, e durante tutto il corto si è come assaliti da una vitalità così debordante da echeggiare la fine definitiva, ma è proprio grazie a questa carica fortemente emotiva, altalenante tra due estremi così contrastanti, che la visione de La gallina si trasforma in un'esperienza percettiva in cui contano solamente le suggestioni e i simbolismi; basato sull'omonima novella di Mercè Rodoreda, La gallina fa a meno di tutto, specialmente della trama, e va a comporsi per differenze e differenziazioni interne, emergendo infine da una molteplicità che non è possibile ricondurre in seno a un molteplice univoco e molare: «Si tratta di creare un universo poetico proprio, con un linguaggio visivo proprio, a metà tra il sogno e lo stare svegli, capace di definire una storia che spesso si spinge oltre i confini della realtà», ha detto a proposito il regista. In tutto questo, lo spettatore si trova come decimato delle sue capacità logiche e raziocinanti ed è infine costretto ad abbandonare tutto e a fare ammenda, calandosi per un'ultima volta in un abisso chiaroscurale che è al contempo morte e vita, luce e tenebra, dal quale uscirà ineluttabilmente diverso. Manel Raga si dimostra così più un demiurgo, uno stregone che un regista, e il suo cortometraggio ha un che di sciamanico, come il gesto di passare l'uovo sulla faccia: non è attraverso di esso che esperiamo l'alterità, il fondo delle cose, ma è proprio La gallina questo fondo molecolare, e noi - per diciassette minuti, che sono un'eternità - lo abitiamo.

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