Inori


Ne Il tramonto dell'Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Oswald Spengler sostiene che le civiltà siano organismi che trascorrono, come gli esseri umani, un ciclo vitale, sicché nascono, crescono, invecchiano e infine muoiono. Con Inori (Giappone, 2012, 72'), prodotto dalla regista di Still the water, (Giappone, 2014, 110'), Naomi Kawase, Pedro González-Rubio dà forma a questo pensiero, concretizzandolo nella senescenza di un piccolo villaggio giapponese sperduto tra le montagne, inghiottito dalla natura: qui, sopravvive una comunità di contadini che ha visto la propria prole abbandonare la terra natia per cercare fortuna nei grandi centri metropolitani ed ora aspetta che la vita trascorra, ma lo fa come ha sempre fatto, cioè inserendosi all'interno dei cicli stagionali e vivendo in piena comunione con la natura, colla quale, ormai, s'indifferenzia. Il regista messicano, nato a Bruxelles, compone così un affresco discreto, ed è abile González-Rubio a confondere il cinema con quella realtà, ponendosi all'interno di essa e, di fatto, scomparendo in essa; il risultato non lascia scampo, e la pellicola stessa si va calibrando ai ritmi naturali della vita e pare infine che emerga dal territorio che invece documenta. Ciò è reso possibile dall'incredibile umanità di González-Rubio, il quale non pretende di restituire una realtà ma prima di tutto di viverla e di lasciarsi guidare da questa condizione per la realizzazione del film; anziché cogliere i tempi del villaggio da estraneo, González-Rubio entra infatti nel villaggio, parla con le persone, ascolta i rumori che queste genti ascoltano, e Inori in questo senso non è altro che il diario di un viaggio o, meglio ancora, un diario e basta, nel quale si trova inscritta una vita, la cui evanescenza non impedirà che si ricordi che qualcuno l'ha vissuta, l'ha incarnata, quella vita. Le storie e gli aneddoti narrati dagli abitanti si intrecciano dunque indissolubilmente ai rumori della foresta, al gorgogliare del fiume, al frusciare del vento, venendo così a creare una musica nuova, che è, sì, il suono della memoria ma anche e soprattutto il segno che natura e uomo siano ora un'unica cosa e che la scomparsa dell'uno segnerà inevitabilmente la fine dell'altra così come ora si presenta.

2 commenti:

  1. Naomi Kawase è eccezionale, per ora ho visto solo "La foresta di Mogari", bellissimo.

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    1. Finora, è quello che mi è piaciuto di più della Kawase. Qui, però, siamo su tutt'altri territori, più nelle mie corde: lavoro altissimo quello di Gonzalez-Rubio.

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