Huacho



Huacho (Francia/Cile, 2009, 89') presenta una famiglia di contadini cileni alle prese con se stessa, ma alle prese con se stessa, quindi con la propria identità e le proprie tradizioni, significa inevitabilmente fare riferimento a sé come altro rispetto a ciò da cui si è circondati, ovvero una realtà globalizzata in frenetico, spietato e irrazionale mutamento. La frammentazione adoperata sulla narrazione, dunque, risponde infine a questa logica della dispersione e della disseminazione - della crisi, insomma - che attraversa questa famiglia, la cui unità è conquistata giorno per giorno: quattro storie si intrecciano senza però mai trovare un vero e proprio nodo nel quale stanziarsi e pur facendo riferimento a una comune appartenenza, i protagonisti si trovano costantemente nella condizione di dover come riniziare a vivere. La precarietà delle vite, del resto, è specchio di un universo di valori che va via via sbiadendo, e la bravura di Alejandro Fernández Almendras, che qui lavora con uno spirito squisitamente neorealista, sta nel far emergere la perdita di questi valori direttamente dalla quotidianità, dal tempo vissuto dalla madre in cucina per esempio o da quello speso dalla nonna ad aspettare sul ciglio della strada, sotto il sole cocente. In questo modo, lo schermo cinematografico si materializza e si sostanzia, divenendo a tutti gli effetti un luogo - un'eterotopia, per dirla con Foucault - in cui si conversa un tempo che è altro e che resiste al miasma della globalizzazione imperante, che omogeneizza e priva di differenze, scardinando ogni specificità; Huacho diventa così una pellicola che non solo custodisce una realtà in lento sgretolamento, ma che anche, grazie ai vibranti movimenti della mdp, collocata all'interno del filmato e come partecipe di esso, si propone come tentativo di confronto e di dialogo con lo spettatore in quanto appartenente alla realtà a-tradizionale, diametralmente opposta a quella contadina vissuta dai protagonisti in scena.

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