Disappearing landscape


Disappearing landscape (Singapore, 2013, 70') mette in scena tre storie di immigrazione, ma le mette in scena in maniera anomala, facendole aderire pressoché perfettamente alla forma filmica, che di fatto si disperde e si dissemina come le esistenze che porta in scena. Cosa rende, dunque, della pellicola di Todorovic un film e non un insieme eterogeneo di situazioni? Nient'altro che il paesaggio. L'attenzione rivolta dal regista serbo a quest'aspetto non è casuale e anzi la sua opera ritrova se stessa proprio negli istanti più contemplativi in cui la macchina indugia su di esso, magari con campi lunghi e lunghissimi che enucleano gli immigrati rendendoli come elettroni che vanno, assieme ad alberi, sole e altri elementi naturali, a comporre l'atomo-paesaggio di cui fanno inevitabilmente parte. La prospettiva che se ne deduce è quindi densa di speranza ma anche, al contempo, di una sorta di melanconia di fondo che emerge quando per esempio la coppia giapponese non si rende conto della totalità di cui fa parte, si sente sconfortata e ritrova conforto nell'intimità che, sì, conforta, ma li esclude anche da quel cielo crepuscolare sullo spiovere del quale giocano dei bambini; a questo, comunque, Todorovic contrappone abilmente un forte strutturalismo dell'inquadratura, che lungi dal costringere le persone negli spazi in cui si trovano fa dell'inquadratura stessa una dimensione nella quale il principio d'entropia, la stabilità e l'equilibrio sono la risultante di un'iterazione dell'individuo con l'ambiente. L'immigrazione diventa così un fenomeno secondario, che la pellicola sradica da se stessa mostrandolo in tutta la sua vacuità: dalla coppia singaporese agli innamorati sudamericani trapiantati in Spagna, passando per il ritorno in terra natia del serbo vissuto per anni negli Stati Uniti, la situazione che emerge è perennemente la stessa ed è essa stessa un interrogativo che travalica l'appartenenza a una terra per indagare la collocazione nella terra. La domanda non è «Quando si appartiene a un certo territorio?» bensì «Com'è possibile collocarsi in un territorio?», e non è un caso, in questo senso, che Todorovic recuperi palesemente l'Antonioni de L'eclisse (Italia, 1972, 126'), il cui finale presentava appunto la collocazione di uno spazio incollocabile, quindi aperto a tutte le possibili ed eventuali collocazioni. A differenza del finale de L'eclisse, però, Disappearing landscape fa innanzitutto emergere una prospettiva temporale inscindibile e al contempo irriducibile alla dimensione temporale, il che tinteggia la pellicola di un esistenzialismo che, pur essendo immanente al tempo e allo spazio in cui viene espresso mediante le vite delle cinque persone che in modi diversi lo incarnano, si confonde con l'atavicità del paesaggio; questo, infatti, si apre a noi e ci permette di varcarlo, di spazializzarlo e di collocarci in esso, e la bellezza di Disappearing landscape sta appunto nel fatto di ribaltare le prospettive, proponendo la possibilità per la quale saremmo noi a doverci aprire a esso. L'immigrazione, in fondo, è un fenomeno umano, non spaziale. L'immigrato è colui che non si colloca in un territorio perché non riesce a collocare in sé il territorio, e Todorovic dice di fatto questo: non dobbiamo collocarci ma collocare in noi la terra in cui ci troviamo, fondendoci con essa.

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