Cut (Corta)


Visione incredibile, quella proposta da Felipe Guerrero in Corta (Colombia, 2012, 69'), con ogni probabilità una delle più importanti che mi sia mai capitato di poter esperire: una pellicola unica, magnifica, ma anche terribilmente profonda, essenziale nella forma ed esistenziale nello spessore contenutistico; insomma, uno di quei film che sai già faranno parte dei tuoi massimi riferimenti cinematografici, come - per fare un esempio - Ten skies (Germania, 2004, 102'), la cui forma è pure ripresa da Guerrero e in maniera nemmeno troppo velata, tant'è che si potrebbe pensare che il regista colombiano sia non solo un degno erede di quel cinema che trova in Benning il suo padre putativo ma anche - e soprattutto - un sapiente rielaboratore, capace di innovare il forte strutturalismo che connota certi lungometraggi piegandolo alle proprie necessità; in questo senso, i lunghi piano-sequenza a macchina fissa che mostrano la quotidianità dei contadini impegnati nelle piantagioni della canna da zucchero non si limitano a presentare una determinata situazione ma collocano l'intera situazione all'interno dell'inquadratura, compiendo così un movimento anomalo che in una certa maniera approfondisce e fa detonare l'esperienza vertoviana del cineocchio: non si tratta nemmeno più di una rappresentazione quanto, piuttosto, di un evento, di un presente inattuale che trova la propria garanzia nel fatto essere una realtà filmica, non semplicemente filmografata, ripresa. La quotidianità diventa allora un qualcosa che sfonda nel ritualismo, e l'esperienza dello spettatore perde i contorni della semplice visione per farsi contemplazione alienante, come la fu quella di Crude oil (Olanda, 2008, 840'): lo spettatore si aliena ed è come ipnotizzato e più trasposto che trasportato nelle piantagioni di canna da zucchero. È qualcosa di incredibile, difficile - per me impossibile - da rendere a parole, poiché, appunto, già dopo il primo quarto d'ora i limiti dello schermo diventano i limiti del mio mondo, che, seguendo Wittgenstein, sono i limiti del mio linguaggio (e viceversa), sicché si è del tutto privi di se stessi, della propria solita collocazione spazio-temporale: ci si eterna, in un certo qual modo, e ci si eterna perché ciò a cui si assiste è un rito quotidiano e una quotidianità rituale, non è storia ma è storicità e come tale comprende tutta la storia, è storia atemporale. Si capisce bene, dunque, che al di là della metafisica che lo struttura, Corta è indiscutibilmente un film politico, perché quella atemporalità, quell'ineluttabilità quotidiana cui si assiste è una realtà, appunto, atavica, e questo è inaccettabile, ma è lo è a livello corporale, fisico. Ecco, se lo spettatore è spinto ad annullarsi intellettualmente e ad abdicare la propria collocazione per esperire quella realtà, in maniera direttamente proporzionale i coltivatori di canna da zucchero vengono annullati nel corpo, quel corpo che spesso scompare o si perde nell'inquadratura, inghiottito dalla piantagione (e la cosa tragica è che non c'è nessun simbolismo, in tutto ciò: è la realtà, perché è un dato di fatto); la relazione biunivoca che s'instaura tra spettatore e lavoratore, tra referente e destinatario è gravida di implicazioni, una tra tutte è che è finalmente abbattuto il muro contro cui si schianta molto del documentarismo passato e presente, incapace com'è di restituire un'esperienza filmica che penetri nel corpo dello spettatore, il quale deve ritrovarsi nel documentario e nel documentato affinché quest'ultimo possa esprimere tutte le sue potenzialità e non rimanere un qualcosa di estatico e innocuo. Non so, ammetto di essere ancora abbastanza scosso dalla visione, da cui probabilmente non sono nemmeno uscito, sicché mi riesce difficile ragionare lucidamente, ma il punto è che sono anche abbastanza sicuro che non ci sia nulla da dire (solo da guardare) né da ragionare (solo da esperire), perché, sì, Corta è un'esperienza di vita, e questo, cazzo, lascia afasici, è tremendo ed estasiante allo stesso tempo, si è sommersi dall'immagine cinematografica e si è come dentro di essa, collocati al suo interno, e la sensazione è che quella realtà sia l'unica reale, a differenza di questo feticistico mondo capovolto, per usare un'espressione di Marx. Insomma, è qualcosa di anomalo, ma perché è raro che il cinema arrivi così in prossimità della vita da confondere i confini. 

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