Costa dulce


Costa dulce (Paraguay, 2013, 75') non è propriamente un film contemplativo, ma diventa contemplativo nel momento in cui lo si struttura come un tutto dal quale le singole parti sono indiscernibili: è, in un certo senso, un buco nero o, se si preferisce, un muro bianco, uno schermo immacolato nel quale ogni cosa coesiste con il resto, arrivando così non tanto a descrivere bensì più concretamente a formare una realtà che lo spettatore è chiamato ad abitare; come nel Penumbra (Messico, 2013, 89') di Villanueva e nel Corta (Colombia, 2012, 69') di Guerrero, la sensazione che si propaga nell'animo durante la visione è infatti proprio questa, che non si abbia cioè a che fare con capolavori, perché queste pellicole debordano sia dall'arte che dalla vita e creano spazi che non conoscevamo e che prima di esse non esistevano ma che, ora che esistono, hanno l'aria di essere luoghi molto concreti, abitabili mentalmente e, sì, anche fisicamente. Costa dulce, in particolare, dà quest'impressione per il fatto di essere fondamentalmente un'odissea statica, un movimento sul posto che spiana e materializza lo spazio in cui questo movimento si compie: è il Paraguay di Hamaca paraguaya (Paraguay/Argentina, 2006, 78'), con le stesse luci e ombre, i chiaroscuri molto accentuati e una cappa di perdita e disperazione che stagna nell'aria; è il Paraguay degli ultimi o, meglio, non dei primi ma di quelli che, come in una casta, vedono la propria vita costretta in una dimensione che non appartiene loro e tentano la scalata, la fuoriuscita, la fuga - una fuga che sarà inevitabilmente segnata dal dolore e dal rimorso, dalla consapevolezza, che è la più amara, che le cose sarebbero in fondo potute andare diversamente. È il Paraguay di David, ma non nel senso che David sia protagonista di Costa dulce, perché - l'abbiamo detto - in Costa dulce non c'è storia, non c'è un qualcosa che possa definirsi in maniera esclusiva; al contrario, Costa dulce è il buco nero, che è fondamentalmente inclusivo, e David non è che un tipo, una sagoma, un prototipo, un abito che ogni essere umano può indossare e svestire, David, quasi un simulacro della gioia di osare un movimento eversivo rispetto a una condizione socio-economica inaccettabile e, contemporaneamente, un idolo, un'effige della sconfitta che subito ti prende non appena hai il potere di immaginare (di essere felice, un futuro diverso, qualsiasi cosa), David cui viene recapitato, quasi per beffa del destino, un metal detector che sarà la sua gioia e la sua rovina, perché, quel metal detector, David lo userà per cercare l'oro nascosto nel suolo di Costa dulce. Con uno stile che rievoca il crepuscolarismo reygadasiano di Stellet licht (Messico, 2007, 127') e che può tranquillamente rivaleggiare con l'estro pittorico di un Millet a caso, Collar tratteggia così una metafisica dell'abbandono spaventosamente concreta, terribilmente efficace, che ci pone di fronte - ancora una volta - alla tremenda possibilità di essere condannati in anticipo, e viene allora da pensare a quello che Hawkes scrisse in Arance rosso sangue, quando ormai i destini dei suoi personaggi erano scritti: «C'è stato un momento in cui tutti i nostri giorni non erano che ricordi di ore ancora da vivere». Ecco, forse da qui si può trarre un certo sollievo, una boccata d'aria, ma è un respiro affannoso, lo stesso che si prende quando si fallisce e si considera che, sì, in fondo «vanitas vanitatum et omnia vanitas» (Qoelet), perché, no, non può finire così - anticipatamente.

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