Boro in the box


Bertrand Mandico è il Georges Méliès del XXI secolo, e questo è un fatto, attestato sin dalle prime, incredibile battute del parossistico Boro in the box (Francia, 2011, 40'), una delle visioni più conturbanti e affascinanti della mia vita; incentrato sulla figura del defunto regista polacco Walerian Borowczyk, noto per un surrealismo declinato sull'erotismo, il mediometraggio del regista francese procede infatti a forsennare, a delirare qualsiasi realtà si presenti in atto, tracciando linee di fuga e promuovendo quindi la realizzazione di spazi sempre nuovi, ed è emblematico, in questo senso, che Boro in the box attraversi l'intero alfabeto, scontrandosi ogni volta con una lettera che rimanda a una parola che presenta una sequenza che delirerà il significato di quella parola fino all'osso, cioè fino al significante, che è così determinato dalla sequenza stessa. Il linguaggio orale, dunque, non traduce immagini né è tradotto per immagini ma è come schiantato da esse. L'inizio, per esempio, mostra l'incontro dei genitori di Boro: lei è una donna che gioca a strangolarsi con la sorella per arrivare a percepire gli angeli, lui è un essere bestiale in grado di canalizzare la propria bestialità nella poesia; al loro incontro, anticipato da una didascalia che corrisponde alla lettera B di bestialità, lui stupra lei e, come ha da dire la voce fuori-campo, che altro non è se non quella di Walerian Borowczyk, soprannominato, appunto, Boro, «fu amore a prima vista», perché in quel frangente il padre di Boro è riuscito a non canalizzare la propria bestialità nella poesia ma a farsi tutt'uno con la natura: la bestialità non diventa amore, è amore, perché ambedue sono parti istintuali dell'essere umano e lo riportano alla sua più intima naturalità. Questo slancio forsennante della realtà, significata - come accennato - nelle didascalie che anticipano ogni sequenza, sarà di fatto la pietra angolare dell'intera pellicola, che finirà per sganciarsi totalmente da qualsiasi realtà e da qualsiasi significato per abitare in spazi che sono ovunque, che sono di per se stessi linee di fuga, non perimetri: è l'ubiquità dell'immagine cinematografica. Perché tutto ciò? Perché di fatto il centro di Boro in the box, come già si evince dal titolo, è lo spazio perimetrale entro il quale Boro è costretto, il corpo-scatola - il rimando alla gabbia del The cage (USA, 1948, 28') di Sidney Pearson è palese - di cui è vittima, e questo corpo scatola altro non è che la dimensione del regista, la mdp che fagocita l'immagine e la costringe nel proprio ventre: il cinema - ecco il succo di Boro in the box - è un evento che avviene nel momento in cui l'immagine scardina la mdp, traccia una linea di fuga rispetto a essa e diviene se stessa, ovvero immagine cinematografica. «Io ero l'immagine sputata di mio padre» dice Boro, e il senso è appunto questo, che cioè, pur conservando il DNA dell'organismo che l'ha prodotto in quanto saliva, Boro sussiste comunque distante dall'organismo produttore, l'immagine cinematografica sussiste proiettata, più in là della mdp: «Spaventosamente liberato dal ventre di mia madre, mi trovai intrappolato nel mio corpo. Scoprii presto di essere intrappolato in un corpo, che a sua volta era intrappolato in una casa, la quale era intrappolata in una regione». L'utilizzo del mascherino esprime dunque l'esistenza di un'immagine nel suo farsi: Boro guarda al mondo credendo che quel mondo sia costituito entro l'obiettivo e che al contempo sia un al di là dell'obiettivo, ma con l'andar del tempo si rende conto della carnalità degli eventi, contempla gli uccelli e, in Francia, concepisce un cinema eversivo rispetto alla stessa immagine, cinema che, per quanto stracapito dai critici, si configura come una sorta di liberazione del cinema dal cinema, linea di fuga cinematografica da territori troppo eminentemente cinematografici. L'esperimento - riuscito - di Bertrand Mandico si gioca tutto in queste fasi, e il fatto che non solo emerga questo scandalo dell'immagine ma che il suo stesso esperimento, Boro in the box, scandalizzi effettivamente l'immagine con-fonde i piani, facendo sprofondare il meta-cinema che è Boro in the box nel cinema che Boro in the box sottende attraverso la messa in scena e la trasposizione in pellicola della vita di Walerian Borowczyk, creando di fatto una dimensione che è altra, originale come lo spazio-tempo lo è rispetto allo spazio e al tempo singolarmente considerati, come lo era la realtà di Méliès rispetto alla realtà dello spettatore e come lo erano le fantastiche realtà cinematografiche di Méliès rispetto alle documentaristiche realtà cinematografiche dell'epoca. Un nuova dichiarazione della morte del cinema? Forse. Per ora, però, è soltanto una rinascita, e la necessità di un'operazione come quella tentata da Mandico con questo Boro in the box è - se non altro - incontestabile.

6 commenti:

  1. sai dove posso reperirlo?

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    1. Lo aspetto da anni ed è uno dei pochi film che attendevo con più ansia di vedere, quindi, sì, preferisco morire piuttosto che passarlo a un anonimo.

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    2. Lo puoi trovare su "cinesuggestion" con i sub in inglese.

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    3. È vero, mi era quasi passato di mente che Arato e Mac Guffin sono persone inaffidabili e che ora sta su CS. Fortuna che ne ho goduto prima e più a lungo di voi :)

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  2. allora è proprio vero che sei stronzo

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    1. Non sono stronzo: non passo film a gente che non conosco, tutto qui.

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