Appunti sparsi dal 32° Torino Film Festival #1: Voglio un cinema nevrotico e randagio


La gente non ha molto da dire ma non tace, chiacchiera. Chiacchiera prevalentemente di sé perché è chiusa in sé, ma non è una monade e pertanto non ha finestre sull'universo. Fa di tutto per sconfortarti e indebolirti, la gente, e le riesce anche abbastanza bene, anzi tutto sommato le riesce e basta. Sembra incapace di empatia e il più delle volte ti pugnala alle spalle senza sapere nemmeno il perché. Bisogna saper evadere la gente, scomparire tra la folla dalla folla, e per farlo ci vuole forza e coraggio, una tenacia che in pochi possiedono, più probabilmente nessuno, perché ognuno è condannato all'altro. Non è una questione di misantropia o di solipsismo, nemmeno di arrendevolezza: è semplicemente un fatto di debilitazione, perché la gente è mediocre, non tenta il confronto, e qualora le si presentasse davanti qualcosa di meraviglioso, anziché ascendere a esso per fruirlo, lo abbassa alla propria mediocrità per poterlo fruire. È passiva, molto spesso è dominata da un istinto di violenza che è inammissibile in natura, e costruisce case, scuole e ospedali per contenere il disastro che essa è. Non c'è speranza per la gente, probabilmente non ce n'è mai stata, e nemmeno questa è una questione di arrendevolezza o che altro: è un dato di fatto come è un dato di fatto l'assenza di spazio, quindi di scoperta, di rinnovamento e divenire, di amore, perché tutto è stato infine colonizzato.  La democrazia, del resto, ci ha abituati a tutto ciò, e la gente è come mistificata da una realtà che trattiene fuori di sé il caos più splendente e creativo. La gente è ordinata, sedentaria, bugiarda, devota, incredibilmente stupida, accomodante, didascalica e petulante, e non è vero che è riconoscente, perché non lo è per niente. Tutt'altro. La gente se ne frega della gente, crea legami d'opportunismo, specie in quest'epoca capitalistica, e poi si lamenta di essere tra altra gente o, peggio ancora, di essere se stessa, cioè la gente in cui s'aliena e trova conforto, poiché non ha più niente da capire, sentire, interpretare, dire o percepire. A volte si ammala, raramente guarisce. È capace di discorsi esclusivamente retorici e per lo più tende a essere amica di tutti, perché la gente è l'indifferenziato, l'omogeneo; la differenza, o la cattura o la emargina e la rinchiude, per cui è così poco se stessa (non lo è per niente, a dire il vero) che non può che ritrovarsi nell'altro che essa è o rifiutarlo e, così facendo, rifiutare se stessa, la propria vita: se la politica è questa, non c'è niente di politico nel vivere sociale, bisogna avere il coraggio di tirarsi fuori e conquistare - non accettare - la propria solitudine, così da schivare la gente che scherza di cose serie, perché è convinta che il sacro la trascenda, quando invece le è immanente. Dice - e a volte lo crede veramente - di odiare, amare, sentire dolore o provare malinconia, ma tutto ciò che sente, in realtà, non è che se stessa, perché «ogni essere grida in silenzio» e nessuno vuole arrivare a sentire il silenzio dell'altro, e così ti lascia solo, quando muore ti seppellisce e può anche essere che venga a portati dei fiori, al cimitero, ma non ha importanza, perché la solitudine e la tomba sono le uniche cose per cui si soffre e ci si abitua, coll'unica differenza che la solitudine non è mai propria ma nasce dalla presenza dell'altro, che si percepisce come assente, come un non-più, e in un certo senso è forse proprio la solitudine a costituire l'unico legame possibile con la gente - un legame presente al passato remoto. È debilitante, tutto ciò, certo, ma in fondo non è una novità, e non intristisce neanche tanto il fatto che l'unica soluzione possibile sia arrendersi; ciò che terrorizza, invece, è la convinzione che la gente, tutto sommato, sia il cinema, ed esiste una sola gente, un solo cinema. 

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