32° Torino Film Festival: The term (Srok)


Due dati di fatto: Srok (Russia/Estonia, 2014, 83') segue gli avvenimenti che si sono succeduti in Russia nel 2013 attraverso la carriera politica di Navalny e non è affatto un bel film. La pretesa sarebbe quella di seguire in maniera distaccata i fatti, ma così non è, e i tre registi, Aleksei Pivovarov, Pavel Kostomarov e Aleksandr Rastorguev, finiscono per diventare sceneggiatori di un documentario che ha visibilmente una sceneggiatura a monte; l'intreccio è infatti riconducibile al classico schema proppiano della fiaba, con tanto di protagonisti (Navalny), antagonisti (Putin), oggetti del desiderio (il potere) e ostacoli (la polizia), spannung (l'arresto) e scioglimento nel finale. Trattando di una dinamica complessa com'è quella russa, si capisce bene come un film del genere risulti essere particolarmente pericoloso, tanto più se non ci si accorge della manipolazione dei fatti da parte del trio. Si pensi, a questo proposito, alla figura di Putin, che nell'arco del film risulta essere più un pagliaccio che un nemico politico, e questa banalizzazione è grave e inaccettabile, così come molte altre che non sto qui ad elencare. Il punto che mi preme precisare, piuttosto, è come certe pellicole rischino davvero di fare danni, e se dal punto di vista estetico il film è quel che è non rimane che parlarne da un punto di vista contenutistico, ma, appunto, il contenuto di Srok è insopportabilmente manipolato, orientato. Non si tratta di un documentario della dGenerate o di Coutinho, dove allora si è dentro la realtà che si riprende e non si può pretendere l'oggettività, tantomeno di un capolavoro di Sylvain George, bensì di una sorta di reportage che pretende l'oggettività senza in effetti tendere a essa. Un manifesto politico? Può essere, ma allora che lo si venda come tale, come un'enunciazione anti-putiniana, fatta più di pancia che di testa; purtroppo, però, qui la testa è usata eccome e la destrezza con cui la manipolazione dei fatti viene attuata facendo tuttavia passare questi ultimi come oggettivi è tale da far presupporre che Pivovarov, Kostomarov e Rastorguev più che a un documentario puntassero a una mistificazione e una distribuzione che fosse il più capillare possibile del loro pensiero. E cosa meglio del cinema, oggigiorno, può offrire questa opportunità?

VOTO: 1/5

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