32° Torino Film Festival: Storm Children. Book One (Mga Anak ng Unos, Unang Aklat)


Appena sei mesi dopo From what is before (Filippine, 2014, 338'), Lav Diaz realizza questo Storm children. Book one (Filippine, 2014, 143'), ed è una delusione. Profonda. Non si capisce bene il motivo di questo gesto, forse, come già si era presunto ai tempi di Norte, the end of history (Filippine, 2013, 240'), praticato per racimolare i soldi necessari per realizzare quello che, a vedere Prologue to the great desaparecido (Filippine, 2013, 31'), dovrebbe essere l'opera definitiva - un radicale back to the roots, viste queste ultime tre pellicole - del regista filippino; la cosa buona, infatti, è che sia Norte, the end of history sia From what is before abbiano raggiunto il loro obiettivo e abbiano avuto la risonanza cui puntavano (il primo è stato distribuito in DVD e potrebbe essere nominato agli Oscar, il secondo ha vinto Locarno), ma questo è l'unico aspetto per cui Storm children potrebbe considerarsi una pellicola riuscita. Per il resto non è altro che un buco nell'acqua, a partire - banalmente - dal montaggio, che sembra fatto da una persona svogliata o menefreghista: si pensi, ad esempio, all'inspiegabile stacco sull'asse dopo circa un'ora di film o a quella scena - a circa mezzora - in cui, improvvisamente, cioè attraverso un altro stacco inspiegabile ed esteticamente riprovevole, comincia a piovere. Da qui non si può che peggiorare, perché se la forma è così poco curata la materia non può che esserne inficiata. Qual è questa materia? In fondo, la stessa delle ultime pellicole, ovvero qualcosa che ricorda molto da vicino i diritti civili e cose del genere, insomma quel che serve per poter mantenere una certa aurea d'intellettualità e di sensibilità umana e avere al contempo un riscontro da parte del pubblico; i bambini della tempesta del titolo, infatti, sembrano assurgere a un ruolo che non gli compete e che anzi sembra loro essere imposto dallo stesso Lav, che appunto non riesce ad avvicinarglisi, ad entrare nella loro realtà: Lav ordina, comanda, impera, e così le sue inquadrature risultano terribilmente false (il bambino che esegue i comandi di Lav sulla barca) o, in alcuni casi e peggio ancora, invasive (si pensi al primo piano del bambino a circa un'ora e mezza di film), e questo, cazzo, è inammissibile, soprattutto se sei - ma più probabilmente eri - il regista di Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540'). Insomma, Lav Diaz tenta il colpo da novanta tentando di recuperare il discorso intrapreso da Rossellini in Germania Anno Zero (Italia, 1948, 71'), ma non gli riesce e ciò appesantisce il tutto, scardinandolo completamente. Rimangono, certo, dei picchi, come la scena in cui i bambini stanno lì a scavare e a cercare nel sottosuolo (elemento fondamentale in Lav Diaz, si pensi a Naked under the moon (Filippine, 1992, 112'), per esempio), scena che ricorda da vicino la vicenda dei cercatori d'oro disturbati dal geco in Florentina Hubaldo, CTE (Filippine, 2012, 360') o, per altri versi, la realtà descritta, più sinceramente e immanentemente, da Coutinho in Boca de lixo (Brasile, 1993, 49'), come anche la scena (riuscitissima) in cui Diaz dialoga coi bambini sotto la nave, due ragazzi giocano a basket sotto la pioggia o, nel finale, prima dei tuffi, la bambina esce di scena dall'angolo destro dello schermo (una fotografia storica, micidiale), ma sono scene che in qualche modo non reggono, perché il tutto in cui stanno è - boh - sbagliato, fittizio, davvero inautentico. Inutile ribadire quanto la tristezza, a questo punto, sia opprimente, perché in Lav Diaz ci credevamo e credevamo nella sua rivoluzione cinematografica, che non è quella di poter andare ai festival etc. ma di riformare - ricreare, anche - il cinema e con esso la realtà, e farlo senza mezzi, senza soldi, perché al posto di quelli, all'epoca di Evolution of a filipino family (Filippine, 2004, 593'), c'era la vita. 

VOTO: 2/5

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