32° Torino Film Festival: Snakeskin


Snakeskin (Singapore/Portogallo, 2014, 105') è n film e perciò è sempre nuovo, come la pelle del serpente del titolo muta se stesso e diventa altro nella forma, pur rimanendo identico nella sostanza: diviene se stesso, ma diviene se stesso in maniera diacronica, sovrapponendo i piani temporali e sfasandoli, strisciando tra essi e cambiando gli assetti. La temporalità è dunque il cardine centrale della pellicola di Hui, che in effetti altro non è che una riflessione su due elementi ancorati nell'essenza al fattore temporale, ovvero la storia e il cinema. Quest'ultimo è letteralmente ciò che fa essere (il fuoco iniziale, che accende l'immagine come ne L'imagen arde (Spagna, 2013, 30') di Lois Patiño) e ciò che al contempo ne permette la visibilità, una visibilità che è a sua volta sfasata, elevata a potenza, confusa, mentre la storia è più propriamente la materia che viene sfasata e vista nel luogo cinematografico, sì che Snakeskin stesso assuma quasi i connotati di uno studio storiografico ed etnografico più che una pellicola di fantascienza; a questo proposito, infatti, Daniel Hui scrive: «Mi interessava il cinema dell’epoca perché vi ho ritrovato numerosi paralleli tra i suoi ideali e quelli degli attivisti e dei politici del tempo. Entrambi volevano una società basata sull’integrazione razziale, indipendente e non più coloniale. Sfortunatamente la storia ha dimostrato l’opposto. Compiere delle ricerche in questo campo si è dimostrato davvero deprimente, a causa di tutte le opportunità mancate e dei cammini non intrapresi dal mio Paese». Il tentativo di mescolare i piani temporali, dunque, ha come un effetto assieme centripeto e centrifugo che confonde ogni cosa, in un'anarchia primordiale che dovrebbe poi fondare una civiltà nuova.

VOTO: 3/5

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