32° Torino Film Festival: One cut, one life


Perché continuiamo a tentare nonostante siamo già consci del fallimento che ne seguirà? So che è cosa pessima una domanda all'inizio di uno scritto, specie se l'interrogativo è marcatamente esistenzialista, ma l'ultima collaborazione tra Pincus e la Small, One cut, one life (USA, 2014, 105'), non può fare a meno di porre la questione perché è esso stesso un tentativo fallito e, in quanto tale, ha dell'inevitabile, come la vita e come la morte; Lucia Small ed Ed Pincus, infatti, documentano l'ultimo anno di vita di quest'ultimo, ma più che cercare con ciò di ottenere una documentazione vera e propria, un dato di fatto o un insieme di fatti che attestino la vita di Pincus One cut, one life si palesa più che altro come un tentativo di trovare, se non un ordine, quantomeno un senso in grado di equilibrare o almeno di calibrare le cose. Si capisce bene, dunque, come quest'opera non possa che essere votata a un fallimento ineluttabile, ma per fallire veramente è necessaria un'onestà smisurata e unica, che renda possibile, al di là della staticità della vita, il vivere, che è dinamico e il cui dinamismo è dato fondamentalmente da tutti i tentativi che operiamo su noi stessi fino a travolgerci nell'insensatezza della morte, nella sua intrusione e nella sua più caparbia ingiustizia; in questo senso, dunque, One cut, one life è senz'altro un fallimento ma è un fallimento perché documenta una vita vissuta, e ciò viene fatto con un'onestà tale che non può non lasciare afasici e terribilmente confusi, depressi: in esso, in quei frammenti che lo compongono senza realmente arrivare a realizzare una storia, cosa che implicherebbe una certa dose di ordine e senso, noi ci rispecchiamo, e ogni tentativo della Small e di Pincus di afferrare, anche solo per un attimo, ciò che la vita va realizzando nel decorso della malattia di Pincus ci è addosso, ci prosciuga, ci toglie ogni minima speranza e ci porta a considerare l'abisso sopra il quale, vivendo, ci ritroviamo. Ciò non significa necessariamente essere pessimisti, tutt'altro, e il film stesso, del resto, è come permeato da un intenso vitalismo che è come se lo eternasse e che, forse, è proprio ciò che non lo confina nell'intimità di Pincus ma è un linguaggio attraverso il quale l'intimità di Pincus parla alla nostra e con essa si (con)fonde; piuttosto, ciò significa, almeno nel momento dell'inevitabile, riuscire a gettare uno sguardo scevro di ogni pregiudizio sulla vita e coglierla nella sua essenza, che è appunto quella del tentativo e del fallimento in una dialettica che manca di sintesi, per cui a ogni fallimento segue in tentativo e a ogni tentativo un fallimento e così via, perché alla vita ci si avvicina asintoticamente e lo si fa vivendo. Non è un discorso morale, questo. Non c'entrano nemmeno cose come la felicità e l'infelicità. A tutti è dato essere sia tristi che felice. Quel che più conta, invece, è proprio considerare la vita come un qualcosa che è al di là di queste affezioni, il che non spinge all'ignavia ma porta a considerare ogni cosa come il prodromo di una fine. Certo, poi si creano le relazioni, la gente s'innamora o non ha il coraggio di farlo per paura di fallire, ma il punto è che proprio in quanto si fallirà comunque, proprio perché ogni relazione, ogni primo bacio che apre a una nuova dimensione dell'essere-con ha già in sé il germe della sconfitta, il litigio o il tradimento che porrà fine a tutto che il fallimento ha in sé un che di esistenziale, che spinge all'esistenza e non la immobilizza, perché come esso è già contenuto nel tentativo principiale così il fallimento conserva in sé tutta l'esistenza che fallisce (è per questo che intristisce: quando si fallisce, non si pensa al fallimento, ma a tutto ciò che con esso ha termine). Poi, si può scegliere di non fallire e di rinunciare all'amore, come avrebbe potuto fare Pincus con Lucia, ma ciò sarebbe già stato un fallimento, una privazione, una limitazione della vita. Non tutti ci riescono, e io sono abbastanza consapevole di essere tra questi, perché ho già fallito una volta ed è stato un fallimento profondo, eppure c'è come questa strana sensazione che la paura non possa riassumere una vita e che per quanto alcuni siano più arrendevoli d'altri è comunque impossibile non rimanere affranti e col cuore in mano di fronte a opere così generose ed epocali, che mostrano che vivere, in fondo, non è altro che questo, cioè tentare nonostante si sia già consci del fallimento che seguirà, e la cosa meravigliosa di One cut, one life è appunto l'aver mostrato come il fallimento non impedisca mai alle persone di tentare. Ecco tutto.

VOTO: 5/5

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