32° Torino Film Festival: Motu maeva



Motu Maeva (Francia, 2014, 42') nasce da un incontro. L'incontro è tra Sonja André e Maureen Fazendeiro e Motu Maeva è una sorta di cristallizzazione di quest'incontro, nonché, più profondamente, della vita di Sonja André e dell'incredibile potere del cinema; la base del film, infatti, sono le riprese effettuate negli anni dalla stessa André, che la Fazendeiro, sincronizzandole con registrazioni audio il cui effetto, una volte montate sulle immagini, è lo stesso dei film di Straub e Huillet, per cui la parola va dove l'immagine non può andare e l'immagine va dove la parola non può andare sì da creare una profondità altrimenti inarrivabile, trasporta in digitale dalla pellicola su cui si trovavano, e questo gesto è tutto, perché si tratta di virtualizzare una realtà che è effettivamente stata nel tempo per sottrarla al decorso del tempo e farla sussistere di per sé, indipendentemente da tutto ciò che non sia se stessa. In questo modo, il cinema non si pone solo come mezzo attraverso il quale è possibile la virtualizzazione ma come virtualizzazione stessa, affronto nei confronti della morte: la vita di Sonja André, che era luce che veniva intrappolata sulla pellicola, perde ora la sua dimensione materiale, e Sonja André smette di vivere ma non di esistere; mediante la virtualizzazione operata dalla Fazendeiro, infatti, la vita di Sonja diventa una vita, che esiste e si conserva al di là del tempo, come puro evento, e questo può essere fatto massimamente solamente dal cinema, perché la vita stessa non è altro che un problema di raffigurazione per cui vivere significa raffigurare ed essere raffigurati, mentre colla morte la figura svanisce, tant'è che i rituali funebri stessi non sono altro che modi raffigurativi per affrontare la morte (si pensi alla mummificazione) e sono gli unici modi possibili per affrontare la morte; in questo senso, solo le arti raffigurative, esclusa la scultura, hanno il potere di virtualizzare la vita, rendendola una vita, dalla pittura alla fotografia fino al cinema, e solo quest'ultimo, considerando lo spazio e il tempo e, come giustamente nota Epstein, sintetizzandoli nello spazio-tempo, ha la possibilità massima di virtualizzare, di continuare a far esistere nonostante tutto, il che è qualcosa di enorme, un potere unico e prezioso, che la Fazendeiro gestisce come poche, sprigionando in Motu Maeva le più intrinseche e splendenti potenzialità del cinema. Che è questo.

VOTO: 4/5

2 commenti:

  1. Tra questo e il film di De Bernardi mi sto mangiando le mani per non essere riuscito a venirci, a Torino. Poi se citi Epstein e Deleuze mi riempi di gioia! (Straub e Huillet sfortunatamente li conosco solo di nome).
    Bel pezzo, spero che il festival ti riservi altre opere simili.

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    1. Sì, queste due opere sono incredibili. Quella di de Bernardi, comunque, dovrebbe passare su FO. Il festival, per ora, non ha riservato molto altro, eccetto, oggi, "One cut, one life", che è tipo il film della vita.

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