32° Torino Film Festival: Le beau danger


È un film insidioso e spiazzante, Le beau danger (Germania, 2014, 100'), e spiazza perché è fondamentalmente indecifrabile, ma di un'indecifrabilità necessaria, aderente alla materia trattata, ovvero alla vita di Norman Manea; Frölke, infatti, compone una pellicola composta per il 40% da un testo scritto, che non viene tradotto per volere dello stesso Frölke, il quale rimonta Le beau danger e muta la lingua del testo in base al luogo di programmazione, e questo viene fatto per ricreare la sensazione di alienazione tipica dello scrittore in esilio, che, come ha da dire lo stesso Manea, perde se stesso non appena si trova in un territorio di cui non capisce e non conosce la lingua. Un atto riflessivo, dunque, che diventa immediatamente passionale, affettivo e stende un piano d'immanenza nel quale Manea e lo spettatore s'incontrano come simili, come vagabondi. Questo piano d'immanenza è fondamentalmente l'incomunicabilità, il sentirsi costretto dentro se stessi e il non poter estrinsecare la propria persona; gli incontri diventano così formule che vengono imparate a memoria e che in fondo non dicono nulla, come quelle che Manea ha da dire durante un programma radiofonico al Salone del libro, e tutto si fa terribilmente chiuso, triste, arido. Frölke interpone così a questa condizione la dimensione più naturale dei boschi, che sembrano accogliere col loro silenzio qualsiasi anima abbastanza pura da sapersi ascoltare, e rimane quindi, sul fondo del barile, un briciolo di speranza, che se non è abbastanza almeno aiuta a vivere, cioè a scrivere, comporre, comunicare (sebbene con solo con se stessi).

VOTO: 3/5

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