32° Torino Film Festival: La huella en la niebla


La huella en la niebla (Argentina, 2014, 81') è una grande opera prima, nata da una costola di un mediometraggio documentaristico, realizzato dallo stesso Emiliano Grieco, ed è un film-fiume, nel senso che è un film acquatico, è il fiume stesso da cui emerge e in cui tutto procede, e la potenza della pellicola sta nel fatto che questo fiume sia non sia altro che lo Stige: «L’acqua è l’elemento chiave del film: magica, ammaliante, avvolta dalle ombre. È dove la vita si realizza, dove una persona può sparire», scrive il regista. Il fluire del fiume, dunque, è lo stesso della pellicola, ed è questo fatto a creare il divenire, lo spazio-tempo in cui le vicende di Elias si svolgono, e si tratta di un divenire particolare, che non segue le logiche di causa-effetto o di temporalità lineari: tutto si srotola e si riavvolge, si riaggomitola, ed ogni evento è per sé in un sistema di rimandi che non è mai strutturato ma continuamente amorfo, non plastico ma malleabile. È lo spazio-tempo del Limbo, in cui ciò che sussiste sussiste contemporaneamente come condanna e redenzione, assieme colpa ed espiazione: è la vita, e non è allora un caso che sia proprio l'elemento acquatico a prevalere su tutto, sino - addirittura - ad insinuarsi nel corpo di Elias, che è, sì, il corpo di un fantasma ma di un fantasma vivente, che fallisce perché ha tentato e tenta perché ha fallito. La huella en la niebla racconta fondamentalmente di questo, di un fallimento che succede a un altro fallimento senza che tra i due fallimenti ci sia un legame di continuità: Elias è colpevole (di omicidio, presumibilmente), è fuggito da casa e, al suo ritorno, troverà la moglie assieme a un altro uomo; farà di tutto per riconquistarla - dal trovarsi un lavoro allo smettere di bere - ma non sarà sufficiente e fallirà nuovamente. L'acqua assurge così a elemento vitale in un paesaggio, che è quello del corpo di Elias, condannato in anticipo, e per quanto l'intera pellicola sembri transitare su una sorta di linea d'ombra di conradiana memoria è proprio nell'oltrepassamento di questa che non c'è più nulla, né il corpo di Elias (inghiottito dalla nebbia del fiume in una delle più entusiasmanti inquadrature minimaliste che siano mai state realizzate) né la sua vita (la scena in cui Elias estrapola i pesci che si trovavano dentro il suo corpo e li rimette in acqua, una scena che per suggestione ermetica colpisce come il finale del Sangre (Francia, 2005, 90') di Escalante o del Post tenebras lux (Messico, 2012, 115') di Reygadas e che come queste rimanda alla morte, visto che, se si concorda sul fatto che l'acqua coincida con la vita allora i pesci, che sono l'elemento acquatico per eccellenza, nell'atto stesso di abbandonare un corpo tolgono ad esso la sua vitalità) né, tantomeno, a livello filmico, perché il cinema è vita e con la morte finisce. Con chiari riferimenti al cinema di Lisandro Alonso, in particolar modo alla sua opera prima, La libertad (Argentina, 2001, 73'), Grieco compone così un'opera densa e piena di disperato vitalismo, contemplativa e terribilmente onesta. C'è della disperazione, senz'altro, ma è come se Grieco la lasciasse fuori dallo schermo e tutta l'azione presente in esso non fosse che una reazione a essa, perché, sì, le cose alla fine vanno sempre male, si è comunque condannati e lo si è pure in anticipo, ma la vita non è la condanna, sta prima ed è tutto ciò che conta: i suoi confini sono le pareti dell'inquadratura.

VOTO: 4/5

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