32° Torino Film Festival: Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti


«Il cinema è una porta», dice De Bernardi presentando il suo ultimo lavoro, Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti (Italia, 2014, 110'), e con ciò vuole dire che il cinema è la soglia, un limite: abitarlo significa barcollare in equilibrio su uno spazio, una linea neutra, che è cioè al di là del fuori e del dentro e sussiste o insiste di per sé. È qualcosa di magnifico e commovente allo stesso tempo, ed è il cinema di De Bernardi: libero. Libero dagli sguardi e di sguardo libero, cinema di un altro tempo insomma, che purtroppo non ci appartiene più ed è presentificato, appunto, da film come Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti. Per questo De Bernardi merita di vivere altri ottant'anni, perché ne abbiamo bisogno, perché quel cinema si è perso, e ora noi ci troviamo al di là - o al di qua, ché in fondo è lo stesso - di quella soglia, ovvero non più nel cinema. Ecco, lo sforzo di De Bernardi è sostanzialmente questo: rendere presente il cinema, segnare la soglia, fare in modo che si possa ancora abitarla. È qualcosa di magnifico e commovente allo stesso tempo, ed un gesto umanista come pochi in quanto sottende a un sacrificio non da poco, come sempre succede con i martiri: De Bernardi non ha una produzione e rimane nella nicchia pur non essendo di nicchia o, anche, è di nicchia perché cose come l'autenticità e l'onestà, sia umane che artistiche, sono cose ormai fuori moda, ed è in questo tagliarsi volutamente fuori da un tempo e un cinema e una società che sta il sacrificio di De Bernardi, poiché è grazie a esso, infine, se noi possiamo riacquistare un briciolo di autenticità. I corpi tornano allora a formarsi nelle loro pieghe e nelle loro rughe, vengono fatti a pezzi e si ricompongono, paesaggi e figure umane, come voci, suoni e canzoni, si penetrano e si compenetrano in un'estasi panica che è un reale e non mitico ritorno all'unità originaria dalla quale andiamo via via distaccandoci; tutto ciò appartiene palesemente a un altro tempo, un tempo in cui l'underground era qualcosa di attuale e non da attualizzare, ma è proprio questo altro tempo che ritorna perché, in fondo, non se n'è mai andato, e la prova di De Bernardi è questa: non essere scomparso, aver proseguito il suo discorso sulla sperimentazione e la ricerca dell'immagine-corpo e mostrarci che è ancora possibile sperare in un cinema-soglia che non si può annientare, perché le linee non hanno spessore, sono solo punti. Punti che a loro volta non hanno consistenza e dunque sono ovunque e sempre, sfuggono al tempo e allo spazio perché sono spazialità e temporalità pura, non appuntata a un certo soggetto ma devota alla soggettività. Soggettività che a sua volta non è mai irrigidita in un soggetto ma accomuna tutti, stendendoli su un piano d'immanenza che è una linea, una soglia, il cinema. Le continue citazioni a Marx (qui attualizzato come mai era riuscito a nessuno, e penso in particolar modo ad alcuni filosofi che su Marx c'han speso la vita), la disperata estasi della ricerca d'incontri con persone che col film non centrano direttamente ma appaiono come elementi casuali nell'inquadratura, la tripartizione di piani che si rimandano e si compenetrano non sono che conseguenze, apparati, dispositivi di tutto ciò, sono ciò che sostanzia il cinema di De Bernardi e lo particolarizza in un film, che è Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti, ovvero un qualcosa di magnifico e commovente allo stesso tempo, assieme una promessa e una preghiera, unità di corpo e spirito: certo, abbiamo perso tutto perché, come scrivevo in Appunti sparsi dal 32° Torino Film Festival: Voglio un cinema nevrotico e randagio, la gente è il cinema, ma, ecco, all'orizzonte appare la possibilità che un cinema possa essere, possa diventare la gente, e De Bernardi è eroico e martire nell'immolarsi se non per darci questa possibilità quantomeno per farci credere che essa esista. Dopotutto, l'arte si fonda su essa e su nient'altro, e se aveva ragione Tarkovskij nel sostenere che «senza speranza non c'è l’uomo», allora forse l'arte, che è speranza, non si fonda sull'uomo ma fonda l'uomo, e con il cinema di De Bernardi noi siamo davvero nella posizione di poter credere in un nuovo umanesimo.

VOTO: 5/5

5 commenti:

  1. è ancora un capolavoro?

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    1. Dovrei rivederlo, cosa che non avverrà nel futuro prossimo.

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    2. Mortacci tua, ma che memoria di merda hai che senza rivederlo non sai dire se è ancora o meno un capolavoro? Non è che ti si sta chiedendo di rianalizzarlo nello specifico, ma lo saprai se per i tuoi standard attuali è ancora un capolavoro. Che poi, capolavoro, nonostante tu usi il termine ogni tre per due e spesso a cazzo, è una parola che ha un suo peso.

      E poi son dementi gli altri...

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    3. Ogni tre per due? LOAL

      Conta i film recensiti nel blog, dai un'occhiata a quanti sono etichettati come capolavori e poi fai una percentuale.

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    4. La percentuale può essere quella che ti pare ma, tra qui e facebook, tu il termine sempre troppo e a cazzo lo usi.

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