32° Torino Film Festival: Jauja


Jauja (Argentina/Danimarca/Francia/Messico, 2014, 108') è un altro tassello che si aggiunge all'ormai ieratico discorso sulla libertà iniziato ormai tredici anni fa da Lisandro Alonso con La libertad (Argentina, 2001, 73'). Da allora, però, le cose sono cambiate, e i film dell'argentino assumono più la forma di un'emancipazione piuttosto che di un'avvenuta liberazione, e questo perché se nel 2001 Alonso seguiva chi, nella società, proprio non ci stava, già a partire da Los muertos (Argentina, 2004, 78'), il cui protagonista era appunto rinchiuso in un luogo istituzionale come la prigione, il discorso cambia e assume tinte più umaniste, quasi che ad Alonso non interessasse tanto la libertà ma la liberazione dell'uomo, quindi che usi il cinema - più che come un modo per descrivere - come un mezzo per liberare, per mostrare che la liberazione è effettivamente possibile. Quel cinema che in Fantasma (Argentina, 2006, 63'), ovvero la speranza dopo il Goodbye, Dragon Inn (Taiwan, 2003, 82') di Tsai Ming-liang, diventava il non-luogo, quindi lo spazio della «deterritorializzazione», quello in cui si fosse liberati dalle catene istituzionali. Jauja, del resto, non è che la mitica ierofania territoriale in cui ciò accade, e l'ultima pellicola di Lisandro Alonso mostra appunto il cammino fino a Jauja, ovverosia la perdita che l'arrivo a quella terra implica. Perdita di cosa? Nel caso di Viggo, dell'uniforme, ma anche della figlia, che voleva tanto un cane e che alla fine, disincarnata in Jauja, otterrà. Viggo semplicemente svanisce, e non si è sicuro che egli sia arrivato a Jauja come la figlia, perché Viggo è l'uomo costretto nell'uniforme, lo stesso che scomparirà a circa metà di Liverpool (Argentina, 2008, 84') e che, come quest'ultimo, tiene con sé un oggetto totemico, che ritrova nell'acqua in cui sua figlia lo getta una volta arrivata a Jauja. «C'è speranza per tutti ma non per noi» direbbe Kafka, e in effetti l'impressione è quella, ma qualora si andasse più a fondo e si considerasse come il cinema appare in Fantasma, cioè come un fantasma, si potrebbe credere che il discorso di Alonso non debba perdere la sua accezione meta-cinematografica e che, sebbene l'intento primo sia quello di rappresentare una liberazione, questa liberazione sia in effetti quella che esperisce in ogni film di Alonso, grazie alla sua vena più contemplativa e spaesante, perché il cinema è il fantasma della libertà.

VOTO: 4/5

4 commenti:

  1. chissà se arriverà in sala...

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  2. Abbastanza discutibile la scelta del formato 4:3. Certi scenari sarebbero stati più avvolgenti (e di conseguenza efficaci) nel 16:9...

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    1. Ma gira in 16mm, e il formato-tipo del 16mm è 4:3...

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