32° Torino Film Festival: Actress


È davvero un brutto documentario, quello di Robert Greene, Actress (USA, 2014, 87'), incentrato sulla vita di Brandy Burre, che dopo un ruolo abbastanza importante nella serie televisiva The wire ha messo su famiglia, trascurando la carriera, che ora vorrebbe recuperare, ed è un brutto documentario perché, di fatto, non è un documentario ma una costruzione filmica travestita da documentario, e questa ipocrisia non può che frustrare la visione della pellicola, il che è un peccato, poiché i presupposti per un film interessante c'erano tutti, o almeno in parte; può infatti interessare come no, ma la persona di Brandy Burre presenta chiaramente i caratteri di una dissociata che vive la propria vita come quella che non incarna, ovvero come attrice: tutto in lei rimanda alla recitazione, a cominciare dalla platealità dei suoi gesti più quotidiani, e questo sarebbe insensato anche per un'attrice vera, visto che distinguere il lavoro, la rappresentazione della propria persona in ambito lavorativo, dalla vita domestica è - come dire - fondamentale, almeno in ambito societario; la volontà di tornare a fare l'attrice, infatti, non può che derivare dalla consapevolezza di questa dissociazione, per cui Brandy crede che, qualora riavesse una parte in qualche show televisivo, allora la sua vita non sarebbe più dissociata, ma, di nuovo, anche questo comporta una depersonizzazione davvero rischiosa. Questi, però, sono purtroppo solamente i presupposti del film di Greene, perché Actress non si limita a restituire la realtà ma è visibilmente costruito ad arte per dare l'impressione del documentario (si pensi, sul finale, alla scena della stazione), e questo è un furto che fa crollare tutto come un compito di italiano ben fatto che, però, si scopre essere il risultato di una scopiazzatura. Del resto, gli statunitensi (tolti i Benning, i Wiseman e, insomma, la retroguardia di turno) sono maestri in questo.

VOTO: 1/5

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