32° Torino Film Festival: Abacuc


Non ha poi molto più senso tentare di giustificare un film come Abacuc (Italia, 2014, 81') di quanto in fin dei conti ne abbia praticare il bugchasing e, questo, non lo dico perché Luca Ferri è il tipo di persona che vorresti vedere coperto da un lenzuolo bianco nei pressi di uno di quegli angoscianti incidenti stradali quanto, piuttosto, per il fascismo con cui si pone e che sorregge l'opera stessa di Ferri, per la quale quest'ultimo, in un mondo più razionale e giusto, dovrebbe ritrovarsi nelle stesse condizioni in cui si trovava il papa in quella magnifica scena onirica de La via lattea (Francia, 1969, 101') di Buñuel. E non lo dico per cattiveria: Abacuc è una pellicola tremendamente esclusiva ed elitaria, e questo è un fatto, realizzata per quell'intelligencija italiana e sinistrorsa che confonde il proprio titolo nobiliare con un mandato da Dio per istruire le masse, le quali, prima o poi, faranno  l'unica cosa che con certa gente è doveroso e possibile fare, ovverosia questo; certo, la fotografia è qualcosa di impressionante e unico, ma quando si tratta di opere come Abacuc essa passa in secondo piano, specie se si considerano i costi di un simile progetto e le sue effettive potenzialità. Quali sono, infatti, le potenzialità di Abacuc? In fondo, nessuna, e se Barthes parlava di «morte dell'autore» in questo caso sarebbe più proprio parlare di «morte all'autore», il quale, col suo pietoso sfoggio di cultura, finisce per mostrare quanto poco sia interessato al pubblico e, anzi, quanto utilizzi quest'ultimo per mostrarsi superiore. La pellicola stessa, del resto, brilla di trascendenza (del resto, non credo che Ferri, con Abacuc, avesse voluto fare un film; voleva piuttosto fare in modo che la sua cerchia di psedo-intellettuali di sinistra continuasse a ritenerlo molto intelligente e acculturato, cosa che ha evidentemente fatto, ma questo non significa fare un film), e si capisce bene come solo questo carattere, che di per sé permea l'intera opera, per il sottoscritto, che continua a credere nel cinema dell'immanenza di un Benning o di un Guerrero, sia inaccettabile, perché il cinema deve essere per tutti, ma non nel senso - come ho più volte sostenuto, per esempio qui - che debba sminuirsi a vile commediola, poiché la commedia non è necessariamente per tutti (si prendano i film di Zalone, che, richiedendo un certo background socio-culturale, non potranno mai essere fruiti da un amerindo), bensì nel senso che deve poter essere fruito o esperito da chiunque, come avviene, per riprendere i due nomi già citati, in Ten skies (Germania, 2004, 102') e in Corta (Colombia, 2012, 69'); al contrario, Ferri propone un film volutamente esclusivo, pieno di citazioni e trovate che richiedono una certa accademicità e che, dopotutto, non portano a niente: il dibattito sulla fine del mondo e del postmodernismo (la musica ricorda una sonata funebre), letto da quel disgraziato di Ferri come una sorta di inno al relativismo («Io sono comunista. Io sono fascista») e all'omologazione (la lettura prima in italiano e poi in inglese, la differenza e la ripetizione), è, sì, al centro della pellicola, ma questo centro è perennemente decentrato e, non appena lo si centra, lo si centra in maniera sbilenca, attraverso la citazione della citazione della citazione (Zanzotto), quasi non si avesse poi molto da dire in proposito. L'impressione, dunque, è che Ferri abbia fatto un dipinto e che per dispetto l'abbia rotto e trasformato in un puzzle di cui solo lui e qualche altro balordo hanno la soluzione, e la cosa spaventosa non è che questo puzzle, a tutti gli altri, sia ignoto, anzi gli altri capiscono bene il disegno finale di esso, hanno in mente cosa il puzzle rappresenti, quale sia il tema del film, ma, non essendo Ferri e, quindi, non avendo magari idea che esista una relazione - rimasta, per l'appunto, inesplicata in Abacuc - tra Adorno, Schönberg e Stravinskij (personaggi tra i quali il despota-Ferri pone se stesso, autocitandosi), perché anziché leggere Filosofia della musica si sono occupati d'altro nella vita (chessò, di biochimica), si ritrovano nella situazione di non poterlo pienamente fruire, il film. Quindi, perché guardarlo e, soprattutto, perché proporlo? A meno che tu non sia la direttrice della fotografia di Abacuc, così patetica da applaudire e gridare bravo a gran voce per mostrare al pubblico che, 'sto cazzo di film, qualcuno l'ha apprezzato, alla prima domanda non c'è risposta e per quanto riguarda la seconda la questione è sempre quella, cioè la volontà, propria di chi è piccolo e insignificante, di dover far sfoggio di qualcosa, come un bambino che mostra il distintivo giocattolo e dice di essere uno sceriffo. Purtroppo, Ferri non è un bambino, e se a quest'ultimo gli si dice qualcosa che lo valuti come sceriffo, gli si dia corda nel suo gioco etc., perché, appunto, è un bambino, con Ferri non si può fare la stessa cosa, perché è un adulto e quando un adulto mostra una stella da sceriffo giocattolo e dice di essere uno sceriffo allora, forse, è il caso di preoccuparsi e trovare al più presto una soluzione, per il bene di lui e di chi gli sta attorno. Comunque sia (e concludo), nonostante paia essere questo l'altro cinema italiano, quello più intellettuale e meno ciaciarone, che è di nicchia e si contrappone ai Virzì e ai Vanzina, vorrei precisare che esiste - fortunatamente - un cinema italiano che è realmente altro, oltre ad essere onesto e meraviglioso al tempo stesso: penso a Dietro i vetri (Italia, 2001, 9') di Santini o a quell'opera incredibile che è Aeterna melancholia (Italia, 2010, 25'), per esempio, e tanto mi basta per avere ancora molta fiducia nel nostro cinema e, di converso, parecchia rabbia nei confronti di certo altro cinema.

VOTO: 1/5

11 commenti:

  1. Una bella notizia! Abacuc esce in sala il 2 novembre!

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    1. Diocazzo. Va be', in fondo i film italiani che vanno al cinema non possono essere altri: Ferri, Zalone, Sorrentino...

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    2. Ci sono una cinquantina di uscite di film italiani entro dicembre, manchi solo tu. Potresti uscire in sala con uno dei tuoi commenti su youtube, perché no? Molto contemporaneo!
      ;)

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    3. Ferri, Zalone, Sorrentino: la Grande Triade!
      =D

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  2. Aleagio Fischetti7 novembre 2015 11:20

    Grande film e ottima recensione per un blog che promuove il vero CINEMA.
    Sono felice di aver scoperto queste pagine.

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    1. ALEAGIO.

      Bello, mi piace come suona. Aleagio.

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    2. Aleagio Fischetti7 novembre 2015 12:25

      Grazie mille. :)
      Ho la fortuna di avere un nome atipico ma, per lo meno, interessante.

      Mi permetto una domanda già che ci siamo. Recensirai Spectre?

      Buona giornata.

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    3. Aleagio Fischetti7 novembre 2015 15:48

      L'ultimo film di 007 con Daniel Craig, il regista è Sam Mendes (lo stesso di American Beauty e del bellissimo Era mio padre). E' uscito nelle sale un paio di giorni fa e pensavo lo avessi già visto. Poco male comunque, attenderò recensioni di altri film. :)

      Ciao

      ps: hai mai pensato di introdurre un sistema di votazione sintetica a stelline o pallini qui sul blog? così per concedere un colpo d'occhio rapido al lettore se al momento non ha tempo (e purtroppo capita sempre più spesso con questi ritmi di vita) di leggere tutta la recensione ma vuole comunque farsi un'idea del valore del film. Io amo leggere le recensioni lunghe, ma magari potrebbe far piacere al pubblico che passa di qui più rapidamente. Pensaci magari.
      Un saluto e ancora complimenti per il tuo lavoro.

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    4. C'è già MUBI per quello. Comunque non guardo roba che passa ai multisala se non rare eccezioni (e più che altro per trollare).

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  3. Aleagio Fischetti7 novembre 2015 17:28

    Pensa che dove abito io multisala neppure ce ne sono, quindi mi affido ai buoni vecchi cinema di una volta. Sotto questo punto di vista siamo assolutamente in sintonia.

    Grazie di avermi segnalato MuBi, non conoscevo il sito e sembra molto utile e interessante.

    Buona serata e buone visioni!

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