The strength of water


Probabilmente sono l'ultima persona che dovrebbe scrivere di The strenght of water (Nuova Zelanda, 2009, 86'), non fosse altro che sono abbastanza convinto del fatto che, se un film arriva a commuovere, allora forse è il caso di dimenticarlo o, perlomeno, di non scriverne. In effetti, la pellicola di Armagan Ballantyne non rientra nemmeno nel filone del cinema contemplativo di cui solitamente tratto, ma le estasianti e mozzafiato inquadrature su quegli ampi spazi rurali e nebbiosi, nonché la vena minimalista che, di fatto, compie l'assenza, l'idea di perdita e mancanza che è oggetto e fulcro del lungometraggio lasciano afasici, sicché il gioco riesce facile al neozelandese nel momento di presentare una trama che, in fondo, non slaccia il film dal cinema per portarlo in lidi più letterari, e questo, è il caso di dirlo, è un merito, visto che capita di rado, per esempio in Lavoura arcaica - A la izquierda del padre (Brasile, 2001, 163') di Luiz Fernando Carvalho e in pochi altri casi. Di certo, il minimalismo di fondo aiuta molto, perché preforma la sostanza del film, che è fondamentalmente letteraria, veicolandola in sé; così, la perdita di Melody è vissuta da Kimi come un affronto all'esistenza, che è amore, e allo stesso modo lo spettatore percepisce il lavoro di sottrazione compiuto dal neozelandese come un affronto al cinema, che è letterario. Ecco la potenza di The strenght of water: sottrarre il cinema al cinema e individualizzarlo, fargli come un altarino e lasciarlo lì, adatto a una contemplazione che è possibile solo alla fine, dopo che Kimi ha metabolizzato la perdita di Melody e non si è arreso alla fisicità dell'evento ma, introiettandola, è arrivato a proiettarla all'esterno, nel reale che abita, come una sorta di fantasma di Melody, che è materico perché proviene direttamente dalla materialità che è propria di Kimi; parallelamente, la contemplazione si sviluppa in via del tutto formale attraverso un ampio respiro dato dai campi lunghi, che si fanno sempre più incisivi e frequenti via via che il minutaggio va esaurendosi, via via che Kimi metabolizza la perdita, la introietti e, infine, la esplichi in quel piano stretto che, di colpo, si allarga e diventa un campo lungo, nel quale Melody è di nuovo scomparsa. Allora, noi spettatori comprendiamo di non essere lì come credevamo, di non vivere la situazione di Kimi e di non poterla mai vivere, perché non è la nostra: è una cosa così intima... Melody esiste solamente nei primi piani, nell'abbraccio finale che ricongiunge in quanto perdita esso stesso, e lo spettatore cinematografico, solo dopo aver compreso la propria situazione di spettatori, di contemplatori e non di ficcanaso, quindi di fruitori d'immagini e non di parole, può finalmente ritrovare il cinema che ha perso nella letteratura, trasfigurato nel rapporto di Kimi con Melody e non di Kimi con se stesso.

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