The last priestess of Buhi: The woven stories of the other (Huling balyan ng buhi: O ang sinalirap nga asoy nila)



Due anni prima del mastodontico Imburnal (Filippine, 2008, 212'), Sherad Anthony Sancez, che già aveva diretto il cortometraggio Iyak ni Maria (Filippine, 2005, 7'), dirige questo The last priestess of Buhi: The woven stories of the other (Filippine, 2006, 105'), un lavoro abbastanza anomalo nel panorama filippino, che nello stesso anno salutava l'uscita di altri due grandi film, anch'essi agli antipodi: il Melancholia (Filippine, 2008, 450') di Lav Diaz e il Now showing (Filippine, 2008, 280') di Raya Martin. Sherad Anthony Sanchez, a differenza sia di Raya che di Lav, opta però un approccio fortemente formalista. Perché? Perché Sanchez ambienta la storia nel luogo più atipico delle Filippine, il Mindanao, regione a maggioranza mussulmana travagliata da una guerra tribale tra forze di stampo maoista che chiedono l'indipendenza del Mindanao da Manila. Qui si intrecciano le vicende di una sciamana e di due fratelli che si sono persi nella giungla e, imprigionati in una bal(l)ade che a poco a poco assume i contorni di un tremendo circolo vizioso, vivono lo sgomento di non poter più trovare la loro madre: è dunque un racconto di dispersione, The last priestess of Buhi: The woven stories of the other, e proprio per questo Sanchez opta per una forma rigida e rigorosa, perché a tutto ciò solo la macchina fissa e una voce fuori-campo danno come un senso di stabilità e di omogeneità a una realtà pressoché in frantumi, che crollerebbe su se stessa e come anzi è inevitabile che accada, almeno secondo lo sguardo impietoso di Sherad Anthony Sanchez: il cinema, la cui aderenza alla realtà è data dalla scelta registica di filmare in bassa qualità, fornisce - col suo inflessibile formalismo - una speranza che non ciò non accada, e questa speranza è struttura e strutturazione, impalcatura di un edificio pericolante, espressione di una cultura che, nonostante le varie sfaccettature politiche, rimane comune (da qui, presumo, la possibilità dell'intreccio, evocata fin dal titolo, tra le varie storie) e come tale funge da riconoscimento reciproco. Certo, il finale, che palesemente richiama la vita fognaria che sarà descritta in Imburnal, rende labile e precaria questa speranza, ma, come i due fratelli, che si ritrovano abbracciati nel finale, ancora soli, ancora nella giungla, la morte o la chiara percezione di una perdita irrimediabile potrebbero essere prodromo di una rinascita. Rinascita che nelle Filippine è premessa dal cinema. 

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