The big black girl



Il film inizia così: c'è un bosco. Il che significa: macchina fissa, ravvicinata a degli alberi e in mezzo a molti altri. L'inquadratura ricorda il capolavoro di Benning, Nightfall (USA, 2012, 98'), e come lì l'impressione è la stessa: estasi, afasia. Perché non c'è nulla, in quell'inquadratura, che ci suggerisca l'idea che siamo in un bosco, ma la sensazione c'è, e tutto è come in un sogno, tant'è che il procedimento di condensazione è lo stesso. Stacco, inquadratura a macchina (l'intera pellicola è costruita con inquadrature a macchina fissa): una casa. Questa volta, abbiamo davvero l'idea che la mdp sia in un bosco. Il piano-sequenza mostra l'entrata in scena di due escursionisti, che entrano nella casa, di soppiatto. The big black girl (USA, 2010, 79') non è che lo sviluppo di quest'esperienza, e questo sviluppo porta fondamentalmente l'esperienza a divenire assoluta: gli escursionisti cessano di essere tali ed entrano come in simbiosi con l'ambiente boschivo, e la pellicola di James N. Kienitz Wilkins non è altro che la visualizzazione di una metamorfosi che ha in sé della santità e dell'elegia; è infatti innegabile che un che di funereo, di perdita e di assenza permei il lungometraggio, ma ciò non significa necessariamente che ciò comporti un rammarico rispetto a ciò che è andato perso ed è ora assente, rispetto a ciò di cui si celebra ora il funerale, anzi emerge un senso di pace, che vince su tutto il resto: si è finalmente liberi, nemmeno più emancipati, poiché ciò che costringeva è infine andato perduto, e non permane, ora, che una quiete che è al contempo realizzazione di se stessi e naturalità, con tanto di impressione che le due cose non siano in fondo così dissimili. Viene in mente il magnifico film di Ben Rivers, Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88'), o ancora L'homme sans nom (Francia, 2009, 92') di Wang Bing o, spostandoci in ambito letterario, il Pan di Knut Hamsun, dove pure la perdita di relazioni sociali comporta in entrambe le pellicole una libertà che è metamorfosi con l'ambiente e pieno divenire di se stessi. Si sprecherebbero quindi parole nel voler decifrare questa esperienza, che non è nostra in quanto disancorata dalla collocazione borghese che ci determina, ma è importante, comunque, sottolineare come, infine, James N. Kienitz Wilkins riesca a condurre fisicamente lo spettatore nel bosco, e cioè è possibile, ovviamente, grazie all'afflato più contemplativo della pellicola, che mostra paesaggi paragonabili, per potere suggestivo e imponderabilità strutturale, a quelli di Costa da morte (Spagna, 2013, 81') di Lois Patiño, e proprio come Costa da morte anche in The big black girl l'individuo si consuma nei campi lunghissimi che lo colgono come parte integrante dell'ambiente a cui ora appartiene e che ora contribuisce a formare. Ecco, in questo senso The big black girl è una celebrazione: celebrazione di una vita finalmente reale, celebrazione di una contemplazione che permette allo spettatore di anelare a una libertà che non sia quella borghese e celebrazione, soprattutto, del cinema, la cui potenza è rinnovata di inquadratura in inquadratura e, di fatto, permette tutto questo.

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