Sun spots


Non rimane niente, in Sun spots (Cina, 2009, 112'), e questo perché, forse, non c'è mai stato niente, in Sun spots: niente che potesse emergere, niente che sia infine emerso. C'è solo l'assenza, l'assenza è l'essenza di Sun spots, dunque Sun spots non è altro che questo: cinema dell'æssenza. Cosa intendo con cinema dell'assenza? Fondamentalmente, che il minimalismo si compenetra col cinema contemplativo, creando una dinamica dalla quale sussiste unicamente un solo e unico elemento, ovverosia la forma. «C'è l'assenza» non significa che non ci sia nulla, ma che il nulla sia e ci sia, che l'assenza sia presente e che l'essere sia l'assenza. È come quando ti lasci con la tua ragazza: la sua assenza è tutto ciò che rimane e che ti resta, è reale, concreta, palpabile, e per questo ti abbatte. La pellicola di Yang Heng si conforma a questo stato di cose e, nel presentare la storia d'amore tra un malavitoso e una ragazza, si declina in maniera del tutto metafisica, con inquadrature a macchina fissa che incastrano i personaggi in un ambiente che è, a conti fatti, la loro solitudine, la loro sconfitta. E noi siamo in quella sconfitta, ma un uso abbondante del campo lungo rispetto all'inquadratura più stretta porta a una contemplazione pressoché illimitata dell'ambiente, il che significa che, sgretolando il comune della storia d'amore, incentrato appunto sull'interiorità dei protagonisti, l'interiorità della sconfitta si estrinseca nella naturalità dell'ambiente, permeandolo di una sconfitta che non è più solo loro, ed è con questa sconfitta, appunto, che ci identifichiamo: è un attimo, una scintilla, ma basta per annullare la nostra persona, la nostra presunta soggettività nell'atto stesso di contemplare ciò che, alla fin fine, ci rendiamo conto di aver sempre vissuto, e cioè che non siamo, non ci apparteniamo, siamo la nostra assenza e solo questa ci appartiene. Che i cinesi ci sapessero fare, col cinema, era del resto cosa risaputa, e se la dGenerate, con la sua strepitosa riserva di documentari, come per esempio Timber gang (Cina, 2006, 90') sta lentamente cinecartografando una geopolitica dell'ambiente cinese, pellicole più marcatamente finzionali come Here, then (Cina, 2012, 86') e, appunto, Sun spots, che più ancora radicalizza il senso di contemplazione nullificatrice che sta alla base della poetica del maestro Tsai Ming-liang, il cui apice è senza ombra di dubbio stato raggiunto nell'incredibile Stray dogs (Taiwan, 2013, 128'), dimostrano confermano la straordinarietà di questa scena cinematografica.  

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