Stories from the north (Reanglao jak meangnue)

Abbiamo già avuto modo di familiarizzare con la poetica di Uruphong Raksasad grazie al meraviglioso Agrarian utopia (Thailandia, 2009, 122'), tra le più memorabili folgorazioni che abbiano segnato il sottoscritto: una poetica composita, a tratti elegiaca, capace di cogliere nell'immediatezza la fragilità con cui le cose si compongono e si scompongono e riuscendo come a bloccare questa loro dialettica in pacifici istanti di pura contemplazione. Stories from the north (Thailandia, 2006, 88') non arriva di certo a certi livelli, ma a posteriori è palese come la sensibilità del thailandese fosse già matura allora, sicché la visione di questo lungometraggio, a metà tra il film di finzione e il documentario, permetta di rintracciare quelli che saranno i capisaldi della poetica di Raksasad, così come emergeranno in tutto il loro trionfo in Agrarian utopia e, si spera, nel futuro The songs of rice (Thailandia, 2014, 75'), di cui già si leggono ottime ed entusiaste recensioni. In Stories from the north quindi, come si sarà ormai intuito, l'atmosfera che si respira è quella agreste che sarà fulcro di Agrarian utopia, ma a differenza di quest'ultimo l'esordio al lungometraggio di Raksasad si configura come una sorta di antologia di racconti, che più che dare l'impressione di strutturarsi in maniera completa e narrativa rimangono come abbozzati e appaiono alla stregua di acquerelli che il regista non ha il tempo o il bisogno di cogliere più approfonditamente; questi, infatti, trovano il loro spazio comune nelle distese verde-giallo che si aprono, sconfinate, sul cielo, e c'è come un senso di misticismo, una serenità che è forte relazione, quasi connubio, con una natura di cui gli esseri umani si sentono - e, a conti fatti, fanno - parte. La città dalla quale sono stati cacciati gli agricoltori di Agrarian utopia è lontana e probabilmente non esiste, sicché è completamente assente la dimensione più idealizzata della campagna, che appare allora nel suo più ancestrale e totalizzante furore: essa soltanto esiste ed esiste nella dimensione della vita concreta, che non si riduce al lavoro ma trova, anzi, nei momenti più crepuscolari o di preghiera il suo zenit, perché è allora che le ombre e il raccoglimento meditativo sembrano davvero veicoli attraverso cui l'uomo ritrova la sua unità interiore nell'esteriorità che lo avvolge e lo compenetra. Qui tutto si risolve e si assolve in una strana, a tratti fiabesca, pace che è al contempo panteismo e autenticità: vita, finalmente.

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