Sin City - Una donna per cui uccidere (Sin City: A dame to kill for)


A quasi dieci anni di distanza da Sin city (USA, 2005, 124'), Frank Miller e Robert Rodriguez propongono il secondo capitolo di quella che dovrebbe essere una trilogia: Sin City - Una donna per cui uccidere (USA, 2014, 102'). Stilisticamente la pellicola segue fedelmente il percorso milleriano iniziato, appunto, con Sin city e proseguito con il pacchiano The spirit (USA, 2008, 103'), ma le atmosfere che si respirano, ora, sono diverse e, insomma, è come se il noir fosse stato scalzato dalla vena più pulp propria del cinema di Rodriguez; l'operazione, quindi, si mostra in movimento e non appare per nulla stagnante o intenzionata esclusivamente a una riproposta della formula (più o meno vincente) della prima pellicola, il che farebbe anche la gioia di molti spettatori, compreso il sottoscritto, non fosse per il fatto che, in fin dei conti, viene fondamentalmente a mancare la carica eversiva di un tempo, sicché tutto si risolve in un'ora e quaranta di noia, che non maschera più di tanto quel retrogusto di già visto che, di fatto, corrode il tutto. Certo, le cinematografizzazioni fumettistiche, specie quelle dell'universo martelliano, non hanno in realtà mai stupito veramente, e il fatto che Frank Miller, con Sin City, avesse concretizzato qualcosa di diverso rispetto al genere gioca, adesso, a sfavore dello stesso Miller, ormai visibilmente interessato solo alla radicalità dell'operazione, tra l'altro presente anche in 300 (USA, 2006, 117'): non si tratta più di fare cinema ma di trasporre cinematograficamente la graphic novel, e questo non può che sconcertare, poiché vien davvero da chiedersi quale senso abbia un'operazione simile, tanto più se le scene assumono tutte un che di pin-uppistico, una plasticità che non è loro propria e appare dunque forzata, affettata, atta giusto a ricondurle alla vignetta da cui provengono. Dunque, perché questa operazione? Vien da ripensare a The walking dead, e all'ideologia che gli soggiace e, in pratica, lo muove. Del resto, anche qui ci troviamo di fronte a un'opera fortemente ideologica, ma ideologica solo dal punto di vista del contenuto, che peraltro non aderisce mai alla forma: la rivolta proletaria - mostra Sin City - Una donna per cui uccidere - non può attuarsi, dunque l'unica possibilità di destituire l'istituzione del potere (Roark) è il movimento individuale (Nancy, Johnny), che, in Sin City - Una donna per cui uccidere, assume i connotati della vendetta. Ci troviamo di fronte all'egoismo più becero e individualista, tutt'altro che anarchico, fondamentalmente borghese: la rabbia nei confronti dell'istituzione è rabbia nei confronti dell'invido che incarna l'istituzione, e i personaggi di Sin City - Una donna per cui uccidere sono ombre che sventolano la propria lancia contro mulini a vento; non c'è redenzione, ma perché, in pratica, non c'è lotta né critica: non si combatte l'istituzione, si combatte un individuo, che casualmente è l'istituzione. Frank Miller, dunque, nella relazione che scaturisce tra le varie storie, non si limita ad approfondire la sua propria idea politica ma la rinnova, la modifica: Marv lascia il posto a Johnny e Hartigan a Nancy, e così facendo tutto si risolve in un qualcosa di incondizionato e instabile, che assume più i contorni del divertimento (ecco il pulp di Rodriguez) piuttosto che della critica sociale e politica che nei fumetti e nel primo capitolo era più o meno palese. Tutto è motivato dal singolo, e la sola strategia è quella dell'assalto, non della progettualizzazione e della ricerca, dell'identificazione del nemico... e, infatti, laddove Marv finiva sulla sedia elettrica Nancy rimane solo ferita (e vittoriosa), mentre la polizia, che da fascista è diventata semplicemente idiota, continua a dominare Sin City. Insomma, se Sin City - Una donna per cui uccidere ha una propria raison d'être che gli permetta di non essere catalogato come mera trasposizione cinematografica di un fumetto, questa deve ricercarsi esclusivamente in un'ottica ideologica, che è quella appena accennata, reazionaria e inaccettabile; per il resto, vista l'identità pressoché radicale tra cinema e fumetto, identità che, come si è accennato a proposito dei momenti più pin-uppistici, gioca a favore del fumetto piuttosto che del cinema, non rimane che dispiacersi nel vedere il cinema nuovamente ridotto a mezzo e asservito a una logica di fruizione che rende il cinema necessario solo nella sua amplificazione: evidentemente, se la gente leggesse più fumetti che film avremmo più trasposizioni fumettistiche di film che viceversa, ma purtroppo, oggi come oggi, il cordoglio tocca a noi cinefili.

2 commenti:

  1. Ha annoiato parecchio pure me. Il primo "Sin city" mi era piaciucchiato (i fumetti li adoro!) ma stilisticamente non mi aveva fatto gridare al miracolo, anzi, tutta quella fedeltà al fumetto toglie motivo d'esistere al cinema e al reinventare del regista. Senza contare che qui si prende troppo sul serio e la storia di Nancy non ha né capo né coda...

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    1. Sì, in effetti la storia di Nancy è abbastanza fuoriluogo, e la cosa incredibile è che non sia il peggior difetto del film. Va be', c'era da aspettarsela, in fondo.

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