Simulacri #7: The hart of London


The hart of London (Canada, 1970, 80') è stato definito da Stan Brakhage uno dei più grandi film che siano mai stati realizzati, e la necessità con cui in effetti si pone l'opera di Chambers è univoca e incontrovertibile, sicché non restano grossi dubbi riguardo la sua validità, anzi non ne resta proprio nessuno, e questo perché il realismo percettivo di Chambers si fa ora incredibilmente reale da risultare immediatamente cinematografico: la visione di The hart of London è un'esperienza, tant'è che per certi versi si potrebbe dire che non si guarda The hart of London ma lo si esperisce, e nel momento in cui lo si esperisce si è come schiantati nella realtà riprodotta dallo schermo; tuttavia, e sta qua uno degli elementi più meravigliosi e sbalorditivi della pellicola, Chambers non cerca la realtà tra virgolette reale, bensì la coscienza di essa attraverso la coscienza della visione cinematografica. Mekas, in un articolo pubblicato su Film Culture nel 1963 e intitolato emblematicamente Comunicato stampa, chiudeva un componimento lirico con queste parole: «Quello che importa è la sporcizia sul vetro della vecchia finestra». Ecco, in un certo senso potremmo trapiantare questo splendido verso nel nostro discorso su The hart of London, concludendo che una delle specificità dell'opera di Chambers è appunto quello di fare dello schermo una finestra al di là della quale capitano disgrazie che non possono non coinvolgerci e delle quali, quindi, ci sentiamo immediatamente partecipi pur riconoscendo il fatto che non le riconosciamo direttamente bensì attraverso il vetro, che tra virgolette sporca l'immagine, la altera, seppur minimamente. E cosa capita al di là della finestra-schermo? Ebbene, capita la morte. The hart of London è infatti interamente giocato su una dialettica in cui occupa una posizione preminente e in sostanza prevale l'elemento negativo, che non fa solo scattare la dialettica ma è esso stesso questa dialettica. L'urbanizzazione si scontra e annienta la campagna, mentre l'animale soccombe alla ferocia dell'essere umano e un neonato viene condannato alla vita. Chambers non solo fa emergere una realtà caotica e plastica nel suo continuo mutarsi in se stessa, ma riesce anche a fare in modo che questa realtà diventi arte, cioè cinema, inteso come superficie da cui la realtà può scaturire come simulacro, e c'è senz'altro qualcosa di sacro, in tutto questo, ma ciò non può che derivare dal cinema più che dalla realtà; questa, anzi, è più che altro una catacomba, dove gli anelli vengono sgozzati e lasciati morire su un'altare sacrificale, e se il cinema, in questo contesto, si riveste di un che di sacrale è perché grazie al cinema il cerbiatto che vediamo ucciso da un cacciatore sarà poi accarezzato dai figli dello stesso Chambers, e la natura prevarrà in un crepuscolo che ha molto del colore del sangue... Al di là di tutto, quindi, il regista canadese sembra intravedere una speranza, speranza che risiede nel cinema perché è in fondo il cinema l'unica e forse l'ultima cosa ad esistere realmente; il resto - la realtà vista attraverso la finestra-schermo - è negazione, morte e dunque non sussiste perché già negato nel momento stesso in cui si pone, già morto nel momento stesso in cui nasce. Ma, se la morte nasce morta, allora anche la materia di cui è fatta non può essere una visione offerta da qualcosa che la sostanzia e l'annulla: è il cinema, che appunto non si può guardare ma, di più, dev'essere fatto oggetto di esperienza, si può esperire, e la pellicola di Jack Chambers, The hart of London, è un'ode a quest'arte incredibile. Aveva ragione Brakhage: uno dei migliori film che siano mai stati realizzati, perché uno dei pochi a far emergere da se stesso il cinema. Vien da pensare, allora, alle profetiche parole che Metz spese in Cinema e psicoanalisi: «Ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte». 

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