Refrains happen like revolutions in a song (Ang ninanais)



Dall'affascinante new wave filippina spunta un nome insolito, quello di John Torres. Insolito perché il cinema di John Torres è come se appartenesse così profondamente all'idea di base che struttura, fonda e accomuna le varie pellicole dei registi di questo movimento da non fare parte della loro schiera; il suo, infatti, è un cinema di ricerca che si ritrova in un certo senso molto vicino al Raya Martin più sperimentalista di Now showing (Filippine, 2008, 280') e a quello invece più tra virgolette arthouse e artigianale di Autohystoria (Filippine, 2007, 95') ma che è anche capace di andare oltre o, a seconda dei punti di vista, di fermarsi molto prima, tant'è che una pellicola come Refrains happen like revolutions in a song (Filippine, 2010, 120') non riflette altro che l'idea, il sentire comune che, appunto, struttura, fonda e accomuna cinematografie così diverse come possono essere quella del Khavn di Mondomanila, or: how I fixed my hair after a rather long journey (Filippine, 2012, 72') e del Sanchez di Imburnal (Filippine, 2008, 212'), ambedue comprese, appunto, nella new wave filippina. La new wave filippina, del resto, nutre un profondo interesse, che veicola in varie maniere, per l'attuale situazione nazionale, e questo interesse va ora a formularsi mediante uno sguardo storico-retrospettivo che getti luce sulle condizioni che hanno reso possibile questa realtà (l'incipit della magnum opus di Lav Diaz, Prologue to the great desaparecido (Filippine, 2013, 31'), per esempio), o focalizzandosi proprio sul presente, che sviscera e analizza chirurgicamente (Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540'), sempre di Lav Diaz, o anche Manila (Filippine, 2008, 85'), il lavoro a quattro mani di Adolfo Alix Jr. e Raya Martin): ciò che conta è che l'interesse nei confronti della propria terra nasca di fatto dalla terra stessa, sicché i film della NWF sono fortemente intimistici, richiamano cioè in prima persona l'autore che li gira. Diverso, anzi opposto, è il discorso per quanto riguarda il capolavoro di John Torres, Refrains happen like revolutions in a song. Certo, anche qui l'interesse riguarda il territorio filippino, ma la formula di John Torres esprime una sorta di estraneità nei confronti di esso: il suo, come è stato detto da qualche parte, è l'occhio di un alieno, il che significa che Refrains happen like revolutions in a song è assai vicino a quel cinema etnografico che è di solito fatto da stranieri in terra straniera, come il metacritico lavoro di Ben Russell, Let each one go where he may (USA/Suriname, 2009, 135'). È proprio in questo senso che Refrains happen like revolutions in a song potrebbe davvero fungere da paradigma della NWF, nonché da grimaldello di essa: costruito attraverso una raccolta di riprese fatte nel corso di diversi anni più o meno casualmente, come già fu per il mastodontico Evolution of a filipino family (Filippine, 2004, 593') di Lav Diaz, il film si palesa alla stregua di uno straripante flusso di coscienza, che trascina in sé lo spettatore ed è come se lo annegasse. Le storie che vengono via via raccontate assumono contorni mitici, e la natura da cui emergono e colla quale sono perennemente in simbiosi si fa via via sempre più metafisica da assumere contorni spirituali, pressoché mistici: è un'unità senza fine, e Refrains happen like revolutions in a song, registrando i frammenti di cui si compone, mostra il processo mediante il quale questa unità va a costituirsi, ed è un processo critico, che apre una faglia nella storia per ricostituire infine la frattura mediante una rivoluzione a venire. È l'unità delle Fillipine, un'unità frammentata che si ricostituisce e acquista vita grazie al cinema, che solo dopo essersi proiettato in essa etnograficamente può riuscire a proiettarla, a restituirla sullo schermo, e John Torres non fa che questo, si proietta cioè in essa e ne estrae il materiale che va a formare Refrains happen like revolutions in a song, un meraviglioso affresco che è infine paradigma e condizione di possibilità di tutto il cinema della new wave filippina, perché a conti fatti, facendo del cinema un piano d'immanenza nel quale possa sussistere la realtà filippina, è le Filippine.

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