Pieghe #12: La reincarnazione di Stan Brakhage nel cinema di Takashi Makino




Takashi Makino, classe 1978, è lo Stan Brakhage giapponese. Il suo cinema, che pure risente dell'influenza dei fratelli Quay, sotto la visione dei quali ha svolto il suo apprendistato, è un cinema così materico da trasfigurarsi nello spirituale, e in tal senso è mistico come, appunto, quello del regista di The act of seeing with one's own eyes (USA, 1971', 22'). Il salto di qualità, avviene nel 2007, anno in cui, dopo aver realizzato una serie di film in Super8, vince il premio Tereyama Shuji dll'Image Forum Festival con No is E (Giappone, 2006, 23'), che fondamentalmente sintetizza la struttura basilare del suo cinema: si tratta di un cortometraggio composto da immagini riflesse e da riflessi di immagini, che svicola dall'astrattismo per il semplice motivo che Makino gioca a deostruire la materia per trovare la sua struttura più profonda, che è energica. Già in EvE (Giappone, 2002, 3') era presente una soluzione trasversale rispetto il dualismo spirito-materia, soluzione che, di fatto, vedeva nella tenebra - nel suo nulla esistente e presente - la generatrice della luce, quasi che fosse la morte a creare la vita, l'aleatorio a partorire la sostanza. È una buona soluzione, ma ancora troppo metafisica, e No is E pone come un ponte che collega quell'attimo in cui si passa dalla non-esistenza all'esistenza: non si esiste né si esiste, si è ontologicamente puri, anzi, in un certo senso, si è l'ontologia, e come, sebbene in prospettiva diversa, proporrà Emily Richardson (v. Pieghe #9: La preghiera di Emily) anche Makino ravvisa nell'energia, nella luce questa ontologia, questo essere puro; il finale di No is E, infatti, presenta una luce via via più solida e densa, che quasi si aggruma e trova modo di riempire, di occupare lo schermo: è l'evento dell'esistenza. Come si vede, siamo in un territorio difficilmente concettualizzabile, e Makino, con Elements of nothing (Giappone, 2007, 20'), nominato al Tiger Award nel corso della quattordicesima edizione del Film Festival di Rotterdam, sembra voler potenziare proprio quest'aspetto: di nuovo, ci ritroviamo in un momento imprecisato tra l'inesistenza e l'esistenza, ma ora le immagini si aggregano attorno a un qualcosa che le accomuna o che, pur restando esterno a esse, le relaziona nella mente dello spettatore: non è ancora un suono, soltanto un rumore, e come tale schiva il raziocinio per andare a formularsi nell'inconscio dello spettatore, qui inteso, rispetto a queste immagini, come soggetto trascendentale di kantiana memoria. A esso è demandato il compito, più o meno volontario, di far sussistere un film e non tanti film quanti sono i fotogrammi in esso presenti. Da un piano prettamente ontologico, Makino ha così liberato le potenzialità più anarchiche del cinema, ritrovandole nella sua fruizione, cioè nell'interiorità, nella retina dello spettatore. Tranquil (Giappone, 2007, 20'), infine, fornisce una sorta di conclusione a questa riflessione ontologica, e lo fa sfociando nell'esistenziale: in Tranquil, si perviene o, meglio, si è già pervenuti alla vita, sicché si ha come la sensazione di essere finalmente giunti a una stabilità, a una congregazione che non solo esiste ma vive; ciononostante, essendo energia, la materia è un che di tellurico, e Tranquil non è che la chiosa elegia di una formazione che, pur nella sua ineluttabilità, non avrebbe dovuto porsi: in Tranquil - come ebbe da dire lo stesso Makino - tutto va alla deriva... Sta qui, di fatto, la vicinanza del regista giapponese con Stan Brakhage, nel fatto cioè di scoprire un'energia, un che di mistico, un'ontologia o un'esistenza (la si chiami come si preferisce), che, una volta intuita, non può che disperdersi, e il cinema è l'unico mezzo a nostra disposizione in grado di mantenere traccia di quest'energia evanescente e ormai svanita.

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