Palaces of pity (Palácios de pena)


Film stratosferico, Palácios de pena (Portogallo, 2011, 59'): film davvero stratosferico. Certo, un po' patinato, forse, e forse in alcuni momenti si mostra eccessivamente fighettino, ma, cazzo, è un film stratosferico, e su questo non ci piove, cioè non ci sono né «ma» né «però» che tengano, perché in fin dei conti Palácios de pena è un film onesto, che si offre allo spettatore senza sotterfugi o altre puntante, sicché quello che vedi di Palácios de pena è Palácios de pena. Dunque, cos'è Palácios de pena? «Palácios de pena tratta di una paura che in Portogallo è un’eredità culturale, legata all’oppressione politica e sociale durante l’Inquisizione e il fascismo. È incentrato su due ragazzine portoghesi benestanti, e sovrappone le loro identità in via di sviluppo a un processo che condanna al rogo due omosessuali moreschi. La loro nonna malata dà loro coscienza del loro patrimonio tramite il meccanismo del desiderio, descrivendo un sogno dove è giudice dell’Inquisizione. La colpa della nonna e delle ragazze è complicata dalla loro relazione, familiare e affettiva. Si amano l’una con l’altra come l’ignoranza e la volontà di opprimere con la violenza, che esse rappresentano.» Così i registi, Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt, che in effetti centrano il punto (ci mancherebbe), ma la visività filmica si spinge ben più oltre, radicalizzando l'angoscia portoghese che le due borghesi incarnano; a saltare subito all'occhio, infatti, è il minuzioso lavoro di sottrazione adoperato dai registi, sottrazione che va a colpire direttamente il rappresentato e si definisce attraverso quel minimalismo che è, sì, sintesi e focalizzazione ma soprattutto essenzialità ed esizialità. Un'essenza esiziale e un'esizialità essenziale sono dunque gli elementi irriducibili di cui si compone la pellicola e sono, allo stesso tempo, ciò cui deve essere ricondotto tutto ciò che inoltre comprende, come per esempio la trama; questa, infatti, non veicola il minimalismo ma da esso veicolata, perché fondamentalmente Palácios de pena è forma, una forma informante che prepara a realtà che ancora non può contenere. L'incendio finale, in questo senso, prospetta un'ecpirosi rivoluzionaria: i toni freddi vengono scalzati via e l'immagine, improvvisamente, non appena cioè viene riempita dal fuoco, si autodistrugge, è come destituita. Ecco la grandezza di Palácios de pena: è un'opera genealogica di forma, che presenta una determinata situazione per poi poterla dare alle fiamme e preparare così a una materia diversa, migliore forse. Vengono in mente, a questo proposito, le parole di quell'anarchico che, per attuare la rivoluzione, si fece banchiere e tentò di portare alle estreme conseguenze le contraddizioni del capitalismo: «Cosa potevo fare io a questo scopo? Da solo non avrei potuto farla, la rivoluzione mondiale, e nemmeno avrei potuto fare la rivoluzione totale nel paese in cui mi trovavo. Potevo solo lavorare, col massimo sforzo, per preparare questa rivoluzione. Le ho già spiegato come: combattendo le finzioni sociali con tutti i mezzi possibili; senza ostacolare la lotta, ma sostenendola, e facendo propaganda alla società libera, alla libertà futura, alla libertà presente degli oppressi; creando già, qualora fosse possibile, le basi della futura libertà» (Fernando Pessoa).

2 commenti:

  1. ciao, come posso fare a vederlo? è acquistabile? e c'è, per caso, una versione in lingua italiana?
    grazie
    luigi

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non esiste in DVD, mi spiace. Io l'ho avuta per vie traverse, anche perché lo cercavo da parecchio e non ce n'era traccia né su torrent né su eMule. Se ti interessa, comunque, scrivimi una mail ché te lo passo volentieri. Il mio indirizzo è: talkinmeat@gmail.com

      Elimina