Old dog (Khyi rgan)





Epstein scriveva: «Il cinema è il più potente strumento di poesia, il più reale strumento dell'irreale, del “surreale” come avrebbe detto Apollinaire. È per questo che abbiamo riposto in esso le nostre più grandi speranze» (Alcune condizioni della fotogenia). Bisogna partire da qui, e più precisamente dagli anni venti, perché poi è andato tutto a rotoli, e la fede si è persa, ma è proprio da questa perdita che scaturisce un qualcosa di nuovo, originario per certi versi, sicuramente eversivo di quanto finora è la realtà istituita, perché - di nuovo - la fede si è persa, quindi ciò che emerge non emerge dal nulla né dalla distruzione bensì da una perdita fideistica che conta molto di più della realtà che trascende: se una volta il cinema doveva rapportarsi (direttamente) alla realtà, ora, per farlo, ha bisogno di riflettere prima di tutto su se stesso, quindi su ciò che ha fallito, e, tutto ciò che ha fallito, Pema Tseden lo mostra in maniera schietta e brutale, in Old dog (Cina, 2011, 88'), allontanandosi da una realtà che teme di corrodere o corrompere; la mdp è così continuamente distante, cioè distaccata, dagli avvenimenti che non riprende ma intende, vorrebbe riprendere, dando quindi un'idea o lasciando solo il sorgere di un'ipotesi nella mente e nell'occhio dello spettatore. Che non vede e non partecipa (si potrebbe dire che lo stesso Old dog è un film inguardabile, che al massimo si può scorgere) poiché la sua ottica borghese rischierebbe di fare altrettanti danni di quelli che potrebbe fare uno zoom o un piano più ravvicinato. E invece: i campi lunghi, a volte addirittura lunghissimi, prevalgono, e tutta la vicenda è come vista con un binocolo messo al contrario: non lontana, ma allontanata. «Allontanata» dal fatto che quella diatriba non ci riguarda, che il cane non è il nostro e quella non è la nostra vita, ma «non lontana» perché, in fondo, quel Tibet, incarnato da un'appropriazione fondamentalmente illegittima in quanto frutto di un fraintendimento cui soggiace il più bieco degli egoismi, incarna tutto ciò che infine viviamo quotidianamente, cioè questa nostra vita da spettatori, disperata perché lontana da tutto e quindi comoda, rilassata, mai sul punto di sperare e distante persino da noi stessi, da quel cane che è la nostra altra metà, quella autentica e più fedele, il ricongiungimento colla quale segna, almeno per alcuni istanti, poiché più che un ricongiungimento è un'ipotesi di ricongiungimento, un avvicinamento di macchina nel finale. Avvicinamento a un vecchio che si allontana da noi.

Nessun commento:

Posta un commento