Norte, the end of history (Norte, hangganan ng kasaysayan)


Un anno prima di folgorare Locarno con quello che, ad oggi, pare essere il suo film più chiacchierato, From what is before (Filippine, 2014, 338') e appena un anno dopo aver realizzato il film spartiacque della sua cinematografia, Florentina Hubaldo, CTE (Filippine, 2012, 360'), Lav Diaz presenta a Cannes, nella sezione Un certain regard, Norte, the end of history (Filippine, 2013, 240'), che per minutaggio, fotografia e distribuzione si discosta di parecchio dalle precedenti opere del regista, delle quali comunque mantiene l'impostazione marxiana, evidente sin dal titolo, sebbene questo sia più vicino a una rilettura löwithiana del filosofo di Treviri, e una certa propensione alla narrazione di stampo più squisitamente russo, con chiari e diretti riferimenti al Dostoevskij di Delitto e castigo; anche qui, infatti, viene presentata una situazione che è quella della colpa, ma è una colpa - come dire - infondata o quantomeno elaborata in maniera del tutto sbagliata, così sbagliata da fallare il senso stesso della colpa, che si permuta quindi in un sentimento di orrore nei confronti di se stessi dopo che si è fatto fuori un uomo e si è scampati alla giustizia perché la giustizia, cioè l'istituzione che l'emana e la cui faccia è stata mostrata da Diaz in Batang west side (USA/Filippine, 2001, 300'), ha incarcerato un proletario innocente, il quale, a sua volta, inizia a considerare la vita da galeotto più rispettosa di quella vissuta in libertà. Che libertà? La riflessione emanata da Norte, the end of history pare ridursi a questa semplice, quanto articolata, domanda, e di per sé l'opera di Lav Diaz, che pure non cerca di proporre risposte, è tutta un circoscrivere gli spazi in cui la domanda può essere posta, il che ricorda qualche riflessione scaturita nei lunghi e stimolati dialoghi presenti in Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540'). L'assassino, del resto, è una sorta di Hesus* senza aneliti rivoluzionari e che, anzi, trova proprio nell'apatia, in cui è gettato dalla situazione in cui versano le Filippine**, una sorta di quietativo, dunque si capisce bene come, di fatto, la riflessione che Lav Diaz si propone di fare attraverso la pellicola sia ostica come poche, visto e considerato che la libertà, colta metafisicamente e intesa nella sua più pura accezione, contrasta con una libertà più prettamente fisica e potenziale, libertà di poter fare, di poter compire; la storia arriva così ad essere una sorta di prigione, perché la Storia, che pure è storia di lotte di classe, rimane nel presente ancorata a un'ideologia che domina e coordina in quanto istituzionalizza se stessa e il tempo presente, se stessa nel tempo presente e il tempo presente come proprio riflesso: il titolo della pellicola, allora, è più una sorta di invettiva, di speranza, che una descrizione di ciò che effettivamente accade nel suo corso, poiché qui, di fatto, non accade nulla di quello che non sia già accaduto, di quello che non sarebbe potuto non accadere. Da qualunque parte la si guardi, infatti, la storia dei personaggi portati in scena non può che compiere un destino che annulla le loro eterogeneità e glorifica un potere, quello istituzionale, la cui resilienza è tale non solo da annichilire ma persino da inglobare in sé le differenze e gli urti che per un motivo o per l'altro si credeva potessero farlo collassare. Dalla critica teoretica dell'omicida, che, studente di legge, vede nella giustizia un sistema di garanzia e legittimazione dell'istituzione vigente e, con una filosofia che ricorda l'asserzione marxiana per cui le armi della critica non avrebbero mai potuto sostituire la critica delle armi, sostiene la necessità di passare da una critica filosofica a un'azione pratica, a quella più pragmatica ed esistenziale, poiché vissuta direttamente sulla propria pelle, dell'innocente incarcerato, si viene travolti da uno strano quanto familiare senso di impotenza e perdita, di sconfitta; la spinta sovversiva ed eversiva sembra quindi, almeno rispetto a lungometraggi del calibro di Melancholia (Filippine, 2008, 450'), dove Julian, colla sua decisione di continuare a lottare, incarnava quella determinazione che è propria solo dei partigiani più magnifici e onesti, e Century of birthing (Filippine, 2011, 355'), in cui l'eversione più liberatoria e commovente, quasi pericolosa, a metà tra strada tra il fisico e il metafisico, trovava nella menade-Hazel e nella sua danza finale più una vera e propria espressione che una banale rappresentazione, essersi sopita, e tutto si risolve in un intenso dramma intimo-familiare che ricompone in sé quello vissuto a livello nazionale dalle Filippine. Lav Diaz, però, lungi dal riproporre la formula di Evolution of a filipino family (Filippine, 2004, 540'), incede ora in maniera più narrativa, pressoché romanzesca, e persino il suo modo di girare, che in Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540') ha trovato forse la sua massima formalizzazione, muta, preferendo alla macchina fissa, il cui uso è comunque costante, la carrellata lenta: è come se Lav Diaz fosse tornato ai tempi di Naked under the moon (Filippine, 1999, 112'), con un bagaglio formale, però, più arricchito e notevole, che arriva a fare di Norte, the end of history un film maturo, profondo e stilisticamente elaborato, per certi versi impeccabile ma che è anche come se, in fondo, nascondesse qualcosa, e cioè un'inversione di rotta radicale rispetto a quello che è finora stato il suo cinema. Certo, non manca la nota che ricongiunge Lav Diaz ai padri fondatori del cinema filippino, cioè Ishmael Bernal, il regista di Himala (Filippine, 1982, 124'), e Lino Brocka, il regista di Jaguar (Filippine, 1979, 123'), pellicola tra l'altro ripresa in Manila (Filippine, 2008, 85'), il lavoro a quattro mani di Raya Martin e di Adolfo Alix Jr., e in questo senso non manca nemmeno qui la sensibilità nei confronti di una realtà - politica, culturale, economica e sociale - che è ormai divenuta inaccettabile, oltreché invivibile, ma se fino a qualche tempo fa Lav Diaz che tutto ciò rifulgesse da sé, ora, specie con questo Norte, the end of history, è come se volesse spiegarla, questa realtà, e per far ciò ha, sì, bisogno di una sceneggiatura coi controcoglioni ma soprattutto di un'idea di cinema che non è più la stessa di qualche anno fa, e avvisaglie di questo mutamente già si potevano avvertire in Butterflies have no memories (Filippine, 2009, 61'); quest'idea di cinema, che - non lo si ripeterà mai abbastanza - è sostenuta da un impianto tecnico-formale davvero sbalorditivo, trova ora nella sceneggiatura e nella narratività la sua più profonda raison d'être e, pur non essendo da questa veicolata, si presenta come una sorta di impasse in cui è palese la mancanza di radicalità, almeno tenendo conto quella che è stata la filmografia di Lav Diaz fino a oggi e non, appunto, considerando cinematografie d'oltreoceano. Cos'è, dunque, Norte, the end of history? Senz'altro un gran film, forse di mestiere, ma non è certo una pecca, questa, e comunque non credo che sia questo l'importante; con la presente pellicola, infatti, Lav Diaz è arrivato a Cannes ed ha avuto una distribuzione come mai prima d'ora, sicché, se consideriamo il film come un progetto riuscito, dobbiamo senz'altro tener conto del fatto che, con esso, Lav Diaz abbia avuto una visibilità non indifferente e il suo cinema un'eco necessaria, il tutto, appunto, a esclusione di sputtanamenti di sorta: Lav Diaz ha girato un gran film, che fa marcia indietro, certo, e provocherà tiepide reazioni tra i suoi seguaci di vecchia data, me compreso, ma tutto ciò credo sia dovuto al fatto che il meglio debba ancora venire, e che sia con Norte, the end of history sia con From what is before, due pellicole accomunate da una narratività forte, Lav Diaz abbia ottenuto la visibilità necessaria per realizzare quello che sembra essere il suo progetto più maestoso e radicale, di cui con Prologue to the great desaparecido (Filippine, 2013, 31'), che di nuovo torna alle origini radicalizzando, da una parte, la vena più contemplativa e minimalista e, dall'altra, l'aspetto più sotterraneo, di ricerca socio-culturale*** e di lotta politica del cinema diaziano, abbiamo avuto un più che convincente assaggio. Per concludere, vorrei citare un passo di Jean Epstein, contenuto ne La lingua d'oro, che forse aiuta a focalizzare meglio l'operazione svolta da Lav Diaz in Norte, the end of historyÈ il seguente: «Le necessità finanziarie determinano le sue qualità morali». Scrivendo questo, Epstein ha in mente un cinema che, costituito nazionalmente, «per soddisfare il suo capitale» si trova nella situazione di dover uscire dai confini del paese di produzione: «Non è un dovere, lo si eviterebbe. È una necessità vitale»Norte, the end of history, forse ricade nell'esempio, ma l'affermazione di Epstein non mi è tornata in mente a visione ultimata, bensì mentre si seguivano le vicende della madre, che, assieme ai suoi due figli, attraverso, ma sarebbe meglio dire affronta, un paese devastato, in cui la catastrofe è perennemente rinnovata, quindi ho pensato che, forse, Norte, the end of history, fosse, sì, moralmente necessitato a varcare le frontiere filippine, ma non tanto per un'urgenza di capitale quanto, piuttosto, perché ha in sé caratteri fondamentalmente pannazionali, e la sensibilità che richiede, nonché l'urgenza che lo fonda, sono di fatto rintracciabili un po' ovunque, nel mondo, non soltanto nelle Filippine. In questo senso, la pellicola di Lav Diaz ha non solo avuto l'obbligo morale di uscire dalle frontiere ma anche di farsi in un certo modo, che, come abbiamo visto, non è quello più diaziano, e questo perché Lav Diaz è uno di quei cineasti che fa dell'arte un che di univoco, un'unica voce attraverso la quale si odono gli accenti più diversi, accomunati, appunto, da una medesima urgenza, che qui nasce dall'afflizione dentro la quale l'istituzione - letteralmente - ingabbia gli esseri umani; Norte, the end of history è, in questo senso, un film necessario, e necessaria è la forma con cui si presenta e che in effetti è, poiché in esso ritroviamo, tutti, la nostra miseria, e questo «tutti» non è più quel «tutti», quello, per esempio, di Heremias. Book one: The legend of the lizard princess, ma un «tutti» più ampio, che abbraccia anche chi, finora, non aveva neanche mai sentito nominare il regista filippino e si è infine ritrovato nel suo cinema. Ecco, probabilmente Norte, the end of history non è che questo: cinema inclusivo e mai esclusivo, un tentativo di accostarsi a un altro pubblico, che pure sente l'urgenza di un cinema nel quale ritrovare se stesso e il proprio grido.


* cfr. Hesus the revolutionary (Filippine, 2002, 112').
** Qual è stata presentata, per esempio, nel capolavoro di Sherad Anthony Sanchez, Imburnal (Filippine, 2008, 212'), nello Squatterpunk (Filippine, 2007, 80') di Khavn e nella magnum opus di Raya Martin, Now showing (Filippine, 2008, 280').
*** E in questo Lav Diaz è vicinissimo a Raya Martin, che con Autohystoria (Filippine, 2007, 95') e A short film about the indio nacional (or the prolonged sorrow of the filipinos) (Filippine, 2005, 96') ha preso di petto la situazione filippina contemporanea attraverso un cinema tra virgolette genealogico, volto a scoprire le radici di essa in vista di un suo sovvertimento.

2 commenti:

  1. Bella recensione, complimenti. La visione marxista, il tema della libertà, ci sono sicuramente. Ma, vorrei chiedere a te che conosci evidentemente il regista meglio di me: solo io ho notato anche una disillusione verso le ideologie in generale e quindi anche verso la visione marxista? o forse ho dato troppo peso alle parole di Fabian e dei suoi amici, che forse sono solo chiacchiere? c'è un dialogo che subito, nella prima mezz'ora, quasi a voler fornire una chiave di lettura, si riferisce al nome del film (the end of history) nel senso di fine della verità e quindi fine di una storia univoca con causa ed effetto e quindi fine della possibilità di poter dire giusto o sbagliato. E' possibile, compatibile con la poetica del regista?

    (Scusa per il commento eliminato sopra, ho riesumato un account vecchio di 7-8 anni e non volevo).

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    1. Ti ringrazio per i complimenti, sei gentile. Comunque, credo che Lav Diaz sia palesemente disilluso nei confronti delle ideologie, e la storia del suo paese non può che corroborare questa sua disillusione. Non so che familiarità tu abbia con "Death in the land of encantos", però, ecco, la fine dell'ideologia è in un certo senso il cardine di quella pellicola. Dopodiché, però, c'è da considerare il fatto che la fine dell'ideologia è anch'essa un'ideologia, per cui credo che Lav Diaz, più che disilluso verso certe ideologie, sia in un qualche modo orientato ad oltrepassarle, il che non significa porne fine: in "Heremias", per esempio, c'è quest'individuo che si muove in un mondo e in un tempo cataclismatici, catastrofici, e lì è ovvio come, anziché riflettere sull'ideologia politica, Lav Diaz sia più interessato, come un Béla Tarr, ad indagare la catastrofe da un punto di vista cosmico-esistenziale, più che politico. Credo sia un'altra prospettiva rispetto a quella che analizzare il mondo, la società, l'uomo etc. in termini meramente politici, insomma, e anzi sono abbastanza sicuro che sia questa, la vera potenza della filmografia di Lav, così come di Tarr, perché, appunto, mostrano davvero cosa può fare il cinema, senza ridurlo a una sterile disamina sociologica sulle calamità della società. "Norte", da questo punto di vista, fa un po' eccezione, ma credo che ciò sia dovuto al progetto che aveva Lav per questo film, e cioè farlo girare per festival etc.; in questo senso, sì, credo tu abbia ragione nel sostenere che qui più che altrove sia palese una presa di distanza dall'ideologia politicamente intesa.

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