Leave it for tomorrow, for night has fallen (Bukas na lang, sapagkat gabi na)



Se diamo ragione a Goethe quando, nel Götz von Berlichingen, sosteneva che «lì dove c'è molta luce l'ombra è più nera», allora dobbiamo anche considerare la reversibilità di quest'asserzione, per cui un'ombra molto scura segnala la prossimità di una luce abbagliante, quasi accecante: è quello che accade nelle Filippine, un paese martoriato da una dittatura spietata e culla, oggi, di una cinematografia magnifica e immensa. Leave it for tomorrow, for night has fallen (Filippine, 2013, 100') è una buona conferma di quanto appena scritto, tant'è che la pellicola di Jet Leyco non solo ha in sé il valore dell'oscurità sin dal titolo ma splende anche di una bellezza unica e indicibile, che emerge direttamente da quei terribili anni in cui Marcos proclamò lo stato d'emergenza, periodo tra l'altro premesso anche nell'ultimo lavoro di Lav Diaz, From what is before (Filippine, 2014, 338'); a differenza di Lav Diaz, però, Jet Leyco, classe 1987, non ha vissuto la dittatura, per cui la sua pellicola non parte dalla Storia ma dal racconto della Storia, che è sempre mitico e che trova la propria origine nel ricordo e nell'immaginazione; per formalizzare ciò Leyco fa riferimento, come il Raya Martin di Now showing (Filippine, 2008, 280'), a più estetiche, che vanno dalla qualità del VHS all'HD, dal bianco e nero al colore, dal cinema più contemplativo a quello narrativo, ma, lungi dall'apparire eterogeneo o eccessivamente dispersivo, Leave it for tomorrow, for night has fallen si ancora invece a un'omogeneità acquatica e orale: il meticoloso lavoro sul suono, per esempio, ha come un effetto di estraniazione dallo spettatore, che pur partecipando fisicamente alla sparatoria si trova mentalmente altrove, incapace di cogliere pienamente l'evento come invece sarebbe riuscito a fare qualora l'avesse vissuto. L'aderenza pressoché perfetta tra regista e spettatore è dunque fondata, e ciò implica necessariamente una sorta di vaghezza, di disseminazione dello sguardo, che non è mai perfettamente a fuoco perché, appunto, non sa mai davvero cosa cercare. Ci si trova, dunque, completamente agli antipodi rispetto al cinema etnografico di John Torres, qual è mostrato, ad esempio, in Refrains happen like revolutions in a song (Filippine, 2010, 120'), e il finale, il cui weird rimanda direttamente alle produzioni più strampalate di Khavn, da Mondomanila, or: how I fixed my hair after a rather long journey (Filippine, 2012, 72') a The family that eats soil (Filippine, 2005, 75'), non può che corroborare questa sensazione, schizofrenizzando e schiantando definitivamente lo spettatore. In questo senso, Leave it for tomorrow, for night has fallen trova nell'intimità, più che nell'oggettività storica, la propria matrice ontologica, e Jet Leyco, muovendosi in questa maniera, attua realmente una sorta di rivoluzione in seno alla new wave filippina; sappiamo, infatti, che molto di questo cinema è fondamentalmente un cinema di ricerca, che indaga le Filippine analizzando ora la condizione presente ora il passato che ha determinato questa condizione, ma ha sempre cercato di farlo, tutto ciò, con un occhio puntato sulla realtà esterna, mentre Jet Leyco, con Leave it for tomorrow, for night has fallen, cambia prospettiva e punta a ricostruire una realtà a partire dalla vita, dell'interiorità di coloro che, quella realtà, l'hanno vissuta. È un movimento interessante, il suo, e in fin dei conti a Leyco gli riesce bene, perché in un certo senso vivifica quegli eventi, rendendoli più o meno fruibili anche a coloro che non hanno partecipato a essi, siano quest'ultimi troppo giovani o appartenenti a altri paesi. Tutto ciò, a cui va ad aggiungersi pure una padronanza del mezzo che trova in diverse scene dei picchi clamorosi, come la carrellata di antoniana memoria sulla finestra, che tra l'altro ricorderà da vicino quella dell'ultimo Pereda, in Los ausentes (Messico/Spagna/ Francia, 2014, 80'), guarda caso anch'esso improntato sulla dimensione della memoria, fa di Leave it for tomorrow, for night has fallen qualcosa di più di un gran bel film, e se si guarda anche all'esperto più prettamente filosofico (la scena in cui sul fiumiciattolo compaiono/scompaiono dei bambini, che getta un'ulteriore ombra di dubbio sulla materia di cui è composto il lungometraggio: memoria di fantasmi o fantasmi della memoria?), non si può che considerarlo una pellicola necessaria come poche.

 

6 commenti:

  1. Non lo conoscevo,mi piacerebbe vederlo prima di leggere quello che ne hai scritto. E lo stesso vale per il film di Torres, ma non si trovano e m ispirano molto. Hai qualche link?

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    1. Quello di Torres sta su FestivalScope, mentre Leyco è stato a Rotterdam. Stanno cercando una distribuzione, quindi non si trovano in rete.

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    2. Grazie, sempre gentile! Ho in mente di scrivere qualcosa su Amery, al più presto te lo mando. E grazie ancora anche perchè ho trovato molti spunti sulla tesi di laurea che sto per scrivere nel tuo sito.

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    3. Orpo, allora qualcuno se l'è filato, "Améry"! Spero sia un bene...

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  2. Tra le cose che mi erano venute in mente quando l'ho visto, c'era anche Age is... che ancora non avevi recensito e forse nemmeno visto! Dovevo essere più tempestivo.

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    1. No, non l'avevo ancora visto, cribbio. "Age is..." è un capolavoro, l'avessi visto probabilmente mi sarei tenuto dal girare "Améry" :p

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